Sopravvivere

1

L’ultimo ponte a crollare fu quello sopra la stazione.
Dapprima si sentì un rumore come quello di centinaia di cracker che venivano spezzati contemporaneamente, il secondo dopo uno spaventoso boato, il verso intimidatorio di una bestia primitiva, e lì dove c’era la strada c’era solo polvere dispersa dal vento.
Il vagone di punta del treno fermo al binario 3, che dall’Ultimo giorno non era stato più spostato, venne accartocciato dal cemento e dall’asfalto, e gli altri vagoni si impennarono, poi crollarono al di fuori dei binari, rovesciandosi come tessere del domino.
Il frastuono fece svegliare J di soprassalto. Dal finestrino del treno vide il gigantesco polverone causato dal crollo venirgli incontro come una tempesta di sabbia. Non fece in tempo neanche ad alzarsi per chiudere il suo finestrino, che la nube entrò, accecandolo e facendolo tossire.
Si allontanò di corsa, come scappando da un mostro invisibile, fino alla fine del treno, e quando si ritenne al sicuro, uscì.
Sapeva che prima o poi sarebbe successo. Si era quasi meravigliato di quanto quel ponte stesse resistendo.
Forse era meglio così. Meglio assistere al crollo che nutrire l’inutile speranza che il crollo non avvenga.
J si tolse il basco che aveva in testa e lo appoggiò sul petto, chiudendo gli occhi.
“Questo è l’Ultimo giorno più 213. Oggi è crollato il ponte sopra la stazione.” Disse. “Nessuna vittima, nessun sopravvissuto.”
Si rimise il basco in testa. Se un tempo c’era il rischio che comparisse una lacrima a rigargli le guance, ora non c’era più.
“Sono ancora vivo.”

2

J Divorava con gusto un panino. Dentro c’era una barretta di cioccolato.
Il pane ormai era sempre secco e duro. J pensò che non poteva continuare a procurarselo negli alimentari sparsi per la città, ma che era giunto il momento di cominciare a prepararlo. Doveva sperare che in qualche edificio ci fosse ancora la corrente elettrica, e poi avrebbe dovuto trovare un forno, dopo essersi procurato tutti gli ingredienti. Nello zaino aveva un libro di ricette che aveva preso da una libreria del centro. Sorrise senza convinzione pensando che prima dell’Ultimo giorno in quella libreria non aveva comprato mai niente.
Dopo il crollo del ponte di qualche giorno prima, il tempo si era fermato di nuovo. Tutto era sempre uguale. Teneva il conto dei giorni solo grazie al suo orologio. Il giorno in cui si sarebbe rotto sarebbe stato perso nel tempo.
Come punto panoramico, quel giorno aveva scelto un palazzo di quindici piani, in una zona di periferia, vicino alla sua vecchia scuola.
C’era la moquette rossa, lo faceva sentire a casa. Anche lì il riscaldamento e l’elettricità erano solo un ricordo, ma incredibilmente l’acqua non mancava.
Sebbene fosse gelida, J ne aveva approfittato per lavarsi un po’, anche se non aveva nessuno a cui far vedere che era una persona pulita.
Dando l’ultimo morso al panino, guardò fuori da una finestra dell’ultimo piano. Vedeva palazzi, strade, macchine ferme e destinate a non muoversi più.
Vedeva una città intera, ma non c’era niente.

3

Il cadavere che J si ritrovava davanti in quel momento era come tutti gli altri.
Gli arti erano piegati, le dita storte, la bocca spalancata in un grido muto senza fine. Tuttavia erano gli occhi, gli occhi terrorizzavano J.
Vi si poteva leggere un terrore senza nome nè tempo, una paura primordiale a cui non si può sfuggire, che non si può dominare.
J faticava a distogliere lo sguardo, ma sapeva che doveva farlo, ne andava di quello che restava della sua salute mentale.
Era già da un po’ che aveva smesso di domandarsi il perché fosse successa una cosa simile, o se da qualche parte ci fosse qualche altro sopravvissuto, o il motivo per cui i ponti continuavano a cadere.
Non si era ancora posto un obbiettivo preciso, perché l’idea non gli piaceva. Lo faceva sentire vulnerabile, gli dava l’idea che qualsiasi cosa facesse non avesse del tutto senso alla fine. Per cui vagava senza meta, senza scopo, procacciandosi il cibo, entrando negli edifici altrui, curiosando nelle vite degli altri.
Il proprietario di quella casa era a dir poco stravagante. Aveva una collezione di statuine della seconda guerra mondiale e in una teca del salotto c’erano i resti di quello che doveva esser stato un serpente.
J quella sera rimase in quel salotto. Era accogliente e comodo.
Alla luce di qualche candela, lesse un libro.

4

La mattina dell’Ultimo giorno J. si svegliò di soprassalto.
Aveva fatto un sogno orribile, in cui vagava in un nulla senza fine nè inizio, e chiamava a gran voce nomi che da sveglio non conosceva, ma in risposta riceveva solo l’eco della sua voce.
Si lavò la faccia e rimase a guardare la sua immagine allo specchio. Aveva l’aria sconvolta di chi non sa chi è.
Fuori c’era un sole tiepido, e una brezza piacevole, anche se, affacciandosi alla finestra, J. percepì un’atmosfera sinistra. Si disse che probabilmente erano solo i brandelli dell’incubo appena fatto a confondergli il cervello.
Sedendosi in cucina, non si accorse subito che sua madre non c’era, tanto era assorto nei suoi pensieri. Mancava anche il consueto odore del caffè di prima mattina, quello leggermente speziato del suo profumo.
Guardò sulla lavagna per vedere se gli aveva lasciato un messaggio, ma non c’era scritto assolutamente nulla.
C’era anche un’altra cosa, anche se ci avrebbe fatto caso più tardi.
Un silenzio peggiore della morte.

5

J. vagava nei meandri della metropolitana. Si rendeva conto che l’atmosfera in quelle gallerie era piuttosto tetra, anche perché procedeva a lume di torcia, ma aveva bisogno di fare qualcosa di diverso. Provare un brivido, sentire di essere ancora vivo.
Stava risalendo in superficie all’uscita vicino ai Giardini, quando sentì qualcosa che gli parve impossibile. Qualcosa che non sentiva da così tanto tempo da essersi quasi dimenticato della sua esistenza.
Lo squillo di un cellulare. Un trillo, che normalmente avrebbe trovato fastidioso, in quel momento era un suono celestiale, era la più grande sinfonia mai composta dall’uomo. Veniva da qualche parte all’interno del parco.
Era difficile capire da dove, non c’erano molti punti di riferimento, solo alberi. Ogni squillo temeva che fosse l’ultimo, mentre tentava di seguire il suono per arrivare alla sua fonte.
Dopo l’undicesimo squillo, non si sentì più nulla.
“Ehi, c’è nessuno?” Gridò J., amplificando la voce mettendosi le mani attorno alla bocca.
Nessuna risposta. Solo le prime avvisaglie della nebbia che cominciavano a scendere dalle cime degli alberi, come spettri furtivi.

6

Per molte delle notti successive, J. ebbe paura di addormentarsi.
Temeva che da qualche parte, nella notte, lo squillo di un telefono avrebbe squarciato il silenzio, e che lui non sarebbe stato lì per ascoltarlo. Così vagava per le strade, con i nervi tesi, strascicando le gambe stanche, concedendosi solo qualche minuto su una gelida panchina qualsiasi per riposarsi e poi ripartire, pronto a scattare al primo bip.
Riuscì ad andare avanti così per otto giorni, ma non sentì più nulla, nemmeno il cinguettio dei passeri.
Crollò sull’erba secca di un giardinetto, e rimase lì, immobile, senza speranze.
Avrebbe voluto piangere, ma non ne aveva le forze.

7

J. non seppe mai dov’era andata sua madre, quella mattina.
Provò a chiamarla, ma non ottenne risposta. Non sapendo cosa fare, accese la tv, ma non c’era segnale, solo fruscii, e in quei fruscii a J. parve di sentire delle grida lontane e disperate.
Fu in quel momento che crollò il primo ponte. Ci fu un fragoroso boato, e quella mattina che sembrava tranquilla fu travolta da una tempesta di polvere, mentre tonnellate di macerie piovvero sulle macchine ferme in mezzo alla strada.
J. guardò tutto dalla finestra, la bocca spalancata in un’espressione che racchiudeva sgomento e un cieco, viscerale terrore.
Non sapeva cosa fare, non sapeva dove andare, non sapeva. Non voleva neanche sapere.
Voleva solo stringere la mano di sua madre, come quando era piccolo e attraversavano la strada insieme.
Non immaginava che non l’avrebbe più rivista.
O meglio, che non l’avrebbe rivista fino all’Ultimo giorno più 299.

8

J. si ritrovò, senza nemmeno essersene reso conto, a vagare nei dintorni di casa sua.
Il dubbio gli venne quando riconobbe distrattamente il profilo di un albero, che visto da una certa angolazione ricordava un teschio.
Gli parve una visione poco rassicurante, in quel mattino nebbioso.
Pensò che dopo tutto quel tempo, ora forse era pronto per ritornare a casa. Poteva sempre far finta di trovarsi ancora a casa di un estraneo.
Nonostante fossero dieci mesi che non tornava, gli venne ancora istintivo cercare le chiavi nelle tasche. E la cosa bizzarra fu che ce le trovò anche.
Tintinnarono dolcemente mentre le infilava nella serratura, poi la porta si aprì senza fatica, ignara dei timori di J.
Ovviamente tutto era come l’aveva lasciato. Tutto era silenzio. Tutto era polveroso.
Però J. sentì qualcosa nell’aria. Qualcosa di sinistro, di macabro.
L’istinto gli suggerì di andare verso la camera di sua madre. E fu lì che la rivide.
Era seduta sul letto, e la cosa sarebbe sembrata anche normale, se non che, avvicinandosi, J. notò sul suo viso la stessa terribile espressione che avevano tutti gli altri. Gli stessi occhi smarriti in un buco nero di orrore. La stessa bocca spalancata in un grido che nessuno poteva sentire.

9

Non c’era nulla che avesse senso.
Si sarebbe aspettato da lui una reazione di incalcolabile disperazione. Pensava, o forse sperava, che le lacrime lo avrebbero accecato, che il dolore lo avrebbe sopraffatto, distrutto, ma non fu così.
Dalla sua bocca non uscì neanche un lamento, rimase lì fermo, come davanti a un dipinto che ci si sforza di capire, analizzando minuziosamente ogni dettaglio, ogni sfumatura.
Poi gli venne in mente un pensiero terribilmente logico: come faceva ad essere lì, sua madre? Quando se n’era andato non c’era nessuno in casa, ne era assolutamente sicuro. Non c’era nessuno, di vivo almeno, da nessuna parte. Al limite si sarebbe aspettato di trovarla accasciata fra le bancarelle del mercato mattutino, con la busta della spesa ormai rinsecchita ai suoi piedi.
Questo metteva in discussione la sua teoria che ciò che era successo era avvenuto allo stesso momento in ogni luogo. Forse sua madre era stata colpita dopo, ma non aveva comunque senso. J. aveva aspettato qualche giorno prima di andarsene di casa, e lei non era mai tornata.
Provò a guardarla, provò a piangere, ma non uscì niente. Poi accadde di nuovo.
Lo squillo del cellulare questa volta era più vicino dell’altra volta. Era come se fosse nella sua testa.
Si sedette accanto a sua madre, facendo scricchiolare il letto, e le mise la mano in tasca. Il telefono era lì.
Improvvisamente gli venne il dubbio che fosse 
sempre stato lì. Guardò il display, ma non c’era numero.
Se lo avvicinò all’orecchio, e premette il tasto verde.
“Pronto?”

10

Dapprima vide solo bianco.
Un bianco accecante, odioso, come il bianco della pagina di uno scrittore che attraversa un periodo di crisi creativa. Un bianco che esigeva di essere riempito.
Poi le prime ombre, macchie grigie in movimento. Una delle ombre parlò, ma lui sentì solo un gemito distante, come una voce in un sogno.
Qualcosa, o qualcuno, gli toccò la faccia, vicino agli occhi, e improvvisamente era vicinissimo a lui, un ombra senza volto, che lo fissava.
Chiuse gli occhi, quasi si era dimenticato di poterlo fare, e quando li riaprì tutto era cambiato.
L’ombra era diventata un viso. Il viso di un uomo che continuava a guardarlo, in silenzio. Era seduto di fianco a lui. Il suo cervello registrò il fatto che J. si trovava in un letto, ma lui non ne era pienamente conscio.
“Come ti senti?” Disse l’uomo. J. lo sentì bene. Ed era la prima voce che sentiva da molto, moltissimo tempo.
“Dove sono? Cosa…”
“Tutto a suo tempo Jacob.” Disse l’uomo, alzandosi e posandogli una mano sulla spalla. Volle essere rassicurante, ma a J. non piacque come aveva pronunciato il suo nome.
Poi notò l’assenza. In fondo al letto, dove avrebbe dovuto esserci il rigonfiamento delle gambe, il lenzuolo era perfettamente liscio. Come appena stirato. Eppure lui sentiva le sue gambe ben presenti. Provò a sollevare la destra, ma il lenzuolo non si smosse di un centimetro.
“Cosa? CHE C…”
“Calmo Jacob, calmo.” L’uomo trafficò con qualcosa, al suo fianco, e J. cadde addormentato come un masso giù da una rupe.

11

J. spinse la sedia a rotelle all’interno dello studio del medico. Lui stava dietro alla scrivania, le dita intrecciate, lo sguardo concentrato, ma benevolo.
Non era diverso da quelli da cui stavano continuando a mandarlo dopo che si era risvegliato dal coma, sembravano usciti tutti dallo stesso stampo di argilla, golem senz’anima.
J. cominciò senza preamboli. “Immagino che tu sappia che mi hanno mandato qui a forza e non ho la minima fiducia che qualsiasi cosa tu mi dirai potrà essermi utile nella vita.”
“Perché non ti limiti a raccontarmi qualcosa, Jacob? Io per la maggior parte del tempo non parlerò.”
J. guardò dove una volta c’erano le sue gambe, poi spostò lo sguardo negli occhi dell’uomo.
“A quanto pare ho avuto un incidente in macchina, di cui non ricordo nulla. Un ponte che è crollato, io ci sono rimasto sotto. Sono rimasto in coma mesi. Nel frattempo mia madre… mia madre non ha retto, e si è tolta la vita.”
“Qui c’è scritto che era come se tu lo sapessi già.”
J. avesse potuto alzarsi l’avrebbe preso e sbattuto giù da quel suo piedistallo, facendogli ingoiare tutti i suoi fogliettini. Ma non poteva.
“Io l’ho vista. Insieme a molti altri, nel posto in cui ero. Lì era tutto morto, tranne me. Io pensavo a qualcosa come una gigantesca epidemia, poi però ho capito.”
Per J. poteva bastare così, ma non per il dottore.
“E cosa hai capito?”
“Che ho fatto una gita nel mondo dei morti.”
Il dottore rimase zitto. Fece un movimento nervoso con le dita, si passò la lingua sulle labbra, poi si azò e si affacciò alla finestra.
“Lei non mi crede. Del resto nemmeno io ci crederei. Né vorrei farlo.”
L’uomo lo guardò con sguardo indecifrabile, poi gli chiese:” Cosa farai adesso, Jacob?”
“Sopravviverò.”

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