Punti di vista

I

Mi chiamo Samantha, ma tutti mi chiamano Sam.
Non mi è mai dispiaciuto farmi chiamare con un nome da uomo, trovo anzi che sia una cosa che si addice molto alla mia personalità.
Mi piace fare lunghe camminate, soprattutto al chiaro di Luna, ed è proprio durante una delle mie camminate che questa notte attraverso Central Park.
Il prato è di un misterioso azzurro, intervallato dalle ombre nere e frastagliate degli alberi, che frusciano delicatamente guidati dal vento, modificando in continuazione il disegno delle foglie sul terreno. Cammino guardando verso il basso, rapita. Poi alzo lo sguardo verso l’alto, e la vista è ancora più mozzafiato.
Vedo un oceano di stelle nascondersi e riapparire fra i rami. Poi appare una luce più intensa, una luce che non mi so spiegare.
E allora sento il rumore di un clacson, di ruote che sgommano, e mi volto appena in tempo per vedere un furgoncino rosso fuori controllo, riesco a guardare negli occhi il conducente stupefatto prima di avvertire il rumore delle mie ossa che si rompono.
E poi solo dolore e buio, dolore e buio.
Buio.

II

Mi chiamo Simon, e gli amici mi chiamerebbero Simon, se ne avessi.
Ho avuto un’infanzia piuttosto travagliata, fra le sbronze di mia madre e le prostitute di mio padre, e per questo ho sempre fatto fatica ad integrare. Se in una classe c’era qualcuno seduto nell’angolo davanti a sinistra, di fianco alla finestra, quello ero io.
Non ho mai avuto tempo di interessarmi all’altro sesso, le donne sono uno stress troppo grande, e io devo lavorare, anche se odio il mio lavoro.
Sono un corriere espresso. Trasporto cose da una parte all’altra della città a qualsiasi orario, sul mio furgoncino rosso.
In questo momento potrei essere, che ne so, a fare bungee jumping da un grattacielo, e invece sono in ritardo per una consegna urgente di assi di legno.
Mentre mi chiedo chi è che ha deciso di improvvisarsi falegname a quest’ora della notte, forse andando troppo veloce, noto un bambino che attraversa la strada, diretto verso Central Park. Lo noto appena in tempo per girare il volante con tutte le mie forze, fiondandomi fra gli alberi. Cerco di frenare, ma qualcosa si è incastrato sotto il freno, forse il cellulare e allora suono come un pazzo, ma non c’è niente da fare.
Quella giovane, bellissima donna sparisce al di sotto del cofano.

III

Mi chiamo Timothy, ma i miei amici mi chiamano Tim, e mia mamma mi chiamava Timmy.
Mia mamma era tanto bella, me la ricordo. Mi ricordo i suoi capelli neri e lisci, che quando tossiva si agitavano tutti. Tossiva tanto mia madre, prima di andare via.
Ho compiuto sei anni una settimana fa. Alla mia festa c’erano tutti i miei amichetti del cuore, e anche quella bambina carina, Ally.
È da lei che sto andando, abita oltre il parco. Sto andando da lei perché papà è di nuovo tornato a casa tutto sconvolto, gridando, con la faccia tutta rossa, e mi ha fatto paura. Mi ha urlato contro che mi odia, e allora sono scappato giù per la strada, scalzo, piangendo. Mia madre mi accarezzava sempre quando piangevo.
La strada è fredda e dura sotto i piedi, ma io corro lo stesso.
Per un attimo vedo un lampo di luce e mi accorgo che una grossa macchina sta per venirmi addosso e allora non riesco più a muovermi e vorrei tanto che la mia mamma fosse qui con me. Poi però la grossa macchina curva e finisce in mezzo agli alberi facendo un gran rumore.
Poco dopo sento qualcuno gridare:” Aiuto!”, e ho di nuovo paura, ma corro lo stesso dentro il parco, sull’erba. La grossa macchina adesso è ferma e i fari illuminano il viso e i capelli di una donna. Sembra così bella.
Se si è fatta male, spero non sia la mia mamma.

IV

Mi chiamo Tom. Tom e basta. Detesto i soprannomi.
Io e mio figlio siamo Tim e Tom. Siamo sempre stati una coppia meravigliosa, fino a che mia moglie non è morta.
E’ stato Tim a farla ammalare, lo so. Con le sue continue lagne, con il suo comportamento da femminuccia.
Oggi non è stata una bella giornata al lavoro. Il mio capo mi tratta come un animale, forse peggio. Mi sono fermato da Vic per farmi qualche birra, e quando sono tornato a casa ho visto Tim che piangeva, di nuovo. Non sopporto le sue lacrime, e allora gli ho urlato contro che dovrebbe cominciare a essere uomo, a sputare in faccia alle bruttezze di questa vita. Gli ho urlato contro che lo odio, che mia moglie , sua madre, è morta per causa sua. Penso che gli avrei tirato uno schiaffo, se non fosse scappato via.
Non l’ho inseguito, non mi reggo in piedi.
Mi siedo in cucina e mi tengo ferma la testa, che non la smette di girare. Poi sento un clacson, un gran frastuono. Mi assale il terrore che possa essere successo qualcosa al mio Timmy, il mio piccolo Timmy.    Confusamente, mi precipito fuori di casa, e corro giù per le scale. Ho le gambe molli, come in un sogno, e incespico, rotolando fino al pianerottolo, sbattendo la testa.
Sento caldo sulla tempia, caldo che scende lentamente sul viso. Non riesco ad alzarmi, mi viene da vomitare.
Ho tanta, tanta voglia di piangere.

V

Mi chiamo Susan, ma non stasera. Stasera mi chiamo Lips.
È così che al poliziotto piace chiamarmi, Lips, e fra i vari soprannomi che mi affibiano certamente è il migliore.
Lui è sdraiato sul letto. La camicia è un poco aperta, e posso intravedere i suoi addominali alla luce dell’abat-jour. Quest’uomo potrebbe avere tutte le donne che vuole, penso, mentre al ritmo di una musica immaginaria faccio lentamente scivolare giù la mia camicia da notte. Quest’uomo potrebbe avere tutte le donne che vuole, ma preferisce pagare me per stare con lui.
“Che hai?” Mi dice. Senza accorgermene, mi sono fermata, con mezzo seno scoperto, a fissare nel vuoto.
“Lo sai… dicono che l’attesa renda le cose più sfiziose. Ma se hai fretta…” Con un calcio deciso faccio volare via la camicia da notte e, nuda, salgo strisciante sul letto, passando con le mani sulle sue gambe, muovendomi lentamente verso il bacino, infilandomi sotto la camicia.
Il suono del telefono del poliziotto interrompe la musica immaginaria nella mia mente.
“Dannazione” Dice lui, alzandosi sui gomiti e prendendo il telefono dal comodino. Risponde. “Dutch.”     “Sì.” “Un uomo morto?”  “Vicino a Central Park?” “Capisco, vengo subito.” Mette in tasca il telefono e mi guarda. Io nel frattempo mi sono rimessa la camicia da notte. Non è la prima volta che lo chiamavano per lavoro durante uno dei nostri appuntamenti.
“Mi dispiace Lips, devo proprio andare.”
“Sì. Il mio numero lo sai, quando vuoi.” Si è già rivestito, lascia i soldi sul comodino, mi saluta e va via.
Lo guardo salire in macchina, affacciata alla finestra. Quando l’auto sparisce dietro l’isolato, sospiro.
Temo di essermi innamorata.

VI

Mi chiamo Edward, ma la mia vecchia mamma mi chiama Eddy, e per i miei colleghi sono Dutch.
Dutch mi piace, è un nome che ispira sicurezza. Anche alle donne piace, e scommetto che quella prostituta ne va pazza.
Penso a lei e a quello che mi sono perso, mentre mi chino accanto al cadavere. Ne ho visti tanti così. È affogato nel suo vomito e nel suo sangue, in fondo alle scale. Un bello shock per i vicini.
La persona che l’ha trovato mi ha detto che ha un figlio, ma non si è trovato da nessuna parte. Faccio qualche telefonata, sveglio qualche persona, e scopro che proprio qui di fronte c’è stato un incidente. Pare che al pronto soccorso siano arrivati un uomo con una lieve ferita alla testa, una donna in gravissime condizioni ed un bambino apparantemente estraneo alla vicenda. Un brutto colpo per quel bambino. E una bella grana per me.
Guido verso l’ospedale, pensando a Lips che mi sbottona la camicia. Il pensiero mi eccita.
Mia madre spesso mi dice, guardandomi triste:” Eddy, questo lavoro ti sta mangiando il cuore.” Mi immagino Lips nuda, e penso che la mia vecchia mamma abbia ragione.

VII

Mi chiamo Gloria, ma tutti i pazienti del mio reparto mi chiamano la riccia.
Anche oggi mi è toccato il turno di notte. Non mi piace molto, di notte le persone è come se si trasformassero. Una volta si sono presentati cinque ragazzi completamente nudi, ricoperti di graffi e tagli, sporchi di sangue su tutto il corpo. Me li sogno ancora.
D’altro canto, di notte nel mio reparto mi sento come una regina, ad esempio quando vado a rimboccare le coperte al vecchio Roger, che mi guarda come si guarda il proprio salvatore, nonostante io sia una semplice infermiera.
Stanotte pareva una serata tranquilla, finché non è arrivato questo viscido poliziotto, Dutch. Dal primo momento non ha fatto che fissarmi il seno, e quasi non ho capito che mi diceva. Cercava il bambino che è arrivato insieme al tizio del furgone. Non ha neanche pensato alla povera ragazza che è stata investita, immagino. Dopotutto, questo è il mio lavoro, non il suo.
Faccio strada al poliziotto verso la sala d’attesa, dove ho lasciato il bimbo insieme all’uomo del furgone.   Sento lo sguardo del poliziotto sul fondoschiena.
Quando arriviamo, troviamo solo l’uomo, seduto con la testa fra le mani, guardandosi i piedi.
Mi avvicino a lui, posandogli una mano sulla spalla. “Scusi, signore.”
L’uomo alza violentemente la testa, quasi abbia sentito uno sparo. “Cosa, che succede? È morta? Vi prego, non ditemi che è morta.”
“Non è morta, stia tranquillo. Dov’è il bambino?”
“Aveva sete, è andato a prendere una bottiglia d’acqua.”
Io e il viscido poliziotto abbiamo cercato per tutto l’ospedale. Nessuna traccia del bambino.

VIII

Mi chiamo Richard, ma ora per tutti sono solo un rifiuto senza nome.
Vivo su una delle panchine di fronte all’ospedale, il mio tetto è la vecchia scatola di cartone di una tv, il mio lavoro tendere la mano nella speranza della pietà altrui.
Un tempo ero un uomo felice. Avevo un lavoro, una moglie, un figlio. Poi lei mi lasciò, mi disse che amava un altro e si portò via mio figlio.
Allora io mi disperai, lasciai il mio lavoro e bla bla bla, ormai è una storia vecchia, la mia.
Ogni inverno è sempre peggio, e non so quanto tempo mi sia rimasto da vivere. Questa sera non riesco a dormire, e da sotto la mia scatola di cartone guardo le stelle, e la Luna. Com’è bella.
“Scusa signore.” Sobbalzerei, se ne avessi la forza, e invece non faccio che girarmi, guardare negli occhi il bambino in pigiama che mi ha appena rivolto la parola e rispondergli: “Dimmi figliolo.”
Il bambino ha gli occhi rossi dal pianto. “Da che parte è Central Park?” Mi chiede.
Debolmente, mi sollevo sui gomiti, e con un dito indico verso la mia destra. “Devi andare sempre dritto, da quella parte. Stai attento quando attraversi la strada.”
“Grazie signore.” Mi dice, e caracolla via. Lo seguo con gli occhi fino a che non scompare alla mia vista troppo debole.
Ora potrei quasi morire felice, penso.

IX

Mi chiamo Kevin, come c’è scritto anche sul pupazzino appeso allo specchietto retrovisore del mio taxi, ma i miei clienti affezionati mi chiamano Special K, forse perché il mio taxi è uno dei più veloci della città.
Adoro il mio lavoro, anche se ha orari assurdi e guadagni minimi, perché mi rende partecipe ogni giorno di una piccola storia. Gli occhi di tutte le persone che salgono sul mio taxi, nei pochi istanti in cui posso guardarle in viso, hanno sempre qualcosa da raccontarmi, e io li ascolto.
Ho sentito e visto le cose più strane nella mia vita, ma non posso fare a meno di sorprendermi quando un bambino, che con la testa supera di poco l’altezza del mio finestrino, bussa sul vetro.
Abbasso il finestrino, e prima che possa aprire bocca il bambino dice: “Ho dei soldi, mi porti da Ally?”   Parlando, tira fuori da non so dove dieci dollari.
“E quelli dove li hai presi?”
“Li ho presi in prestito da papà. Li lascia sempre in giro, se li dimentica.”
“Capisco… e dove abita questa Ally?”
Dieci minuti dopo siamo davanti a casa della sua amica. Quando gli ho chiesto perché fosse in pigiama, mi ha detto che era scappato da suo padre. Aveva anche un livido, un po’ vecchio, che si intravedeva sulla  spalla.
Tim, così si chiama, mi allunga la banconota, ma io non ho alcuna intenzione di farmi pagare. “Offre la casa, bimbo. Tu piuttosto, stai lontano dai guai. La notte è pericolosa da queste parti.”
“Grazie Special K. Da Ally sarò al sicuro.”
Aspetto a ripartire finché non vedo Tim entrare nel palazzo. Voglio essere sicuro che per questa notte non gli succeda più nulla.
Lancio un’ultima occhiata alla porta e metto in moto. Ho un’altra chiamata.

X

Mi chiamo John, e non ho soprannomi. Mia madre dopo i primi sette figli non sapeva più cosa inventarsi.
Fra i miei fratelli, io ero il più timido, e il più bravo a scuola. Loro pensavano solo a spassarsela, a giocare a calcio e a uscire con le ragazze. Alla fine però, io sono stato il primo a laurearmi e a sposarmi.
Anche questa sera ho fatto tardi al lavoro. Sta diventando una spiacevole abitudine.
Quando Special K arriva, gli faccio un cenno di saluto, e lui mi sorride.
“Nottataccia anche oggi?”
“Lascia perdere. Sono circondato da incompetenti.”
“Ti porto a casa?”
“Di volata.”
Penso che sia meglio telefonare a mia moglie, anche se è tardi. Sicuramente sarà preoccupata.
Le risparmierò i dettagli sul mio ritardo, su quella partita di legna che non è arrivata. Lei odia il mio lavoro.
“P…pronto?”
“Ciao Tabitha, sto tornando a casa.”
“Ma è tardissimo John! Va tutto bene, è successo qualcosa?”
“No cara, non preoccuparti. Non è successo niente.”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...