Lodovico

-(Prologo

A voi che ritrovate questo mio scritto, rivolgo le speranze che un giorno quello che è successo a me possa non accadere a nessun altro.
Il mio nome è Lodovico, e scrivo dalle prigioni nelle quali sono stato rinchiuso. Nonostante il rancio sia scarso e l’alloggio puzzi di ogni sorta di male terreno, mi hanno concesso il privilegio di tramandare queste mie memorie, prima che il tristo mietitore sopraggiunga a esigere il suo debito.
Dopo averlo scritto, con gli ultimi risparmi che mi sono rimasti, ne farò fare alcune copie, e queste copie finiranno in altrettante biblioteche, come probabilmente voi che leggete ben sapete.
Vi scongiuro, leggete tutto fino alla fine, non fatevi sopraffare dal desiderio di non sapere fino a che punto si è spinta la mia cattiva sorte, ma anzi, fate in modo di non commettere gli stessi errori che ho commesso io. Fatelo leggere alle persone a voi care, se vi stanno veramente a cuore, e non usatelo come fosse legna nelle gelide notti d’inverno davanti al camino.
Io ho piena fiducia in voi. Voi abbiatene in me quando vi dico che tutto quello che seguirà è veramente accaduto. Tutto il sangue, il dolore, la paura e lo sconforto di cui leggerete, sono ancora presenti sul mio corpo, e nel mio animo.

-(1

Era una giornata grigia. Non c’era pioggia, ma una nebbia che penetrava nello spirito, densa di demoni, spettri e tristezza.
Camminavo per i vicoli, evitando di guardare negli occhi i pochi spaventati viandanti che mi incontravano, nella mia tonaca scura, il pugnale ancora sanguinante in mano.
Sapevo che nessuno di loro avrebbe avvisato le guardie. In questo ghetto dimorava gente che non appena vedeva qualcosa, si girava dall’altra parte.
Non avevo idea di quale fosse la mia destinazione, o del perché non gettassi via quel pugnale lurido, che al solo vederlo mi ricordava volti distrutti dal dolore e dalle grida.
Lo sentivo come una parte di me, come il mio solo amico.
Non avevo ancora idea di come quel mio pensiero si sarebbe dimostrato veritiero.

-(2

Il mio peregrinare senza meta mi portò qui.
Il prete non oppose resistenza quando mi vide salire le scale. Si fece semplicemente un segno della croce, balbettando qualcosa sotto voce, rintanato in un angolo della navata. Lo capivo. Vedendomi, penso che non mi sarei comportato diversamente.
Mentre salivo verso la cima del campanile, la mia mente già oppressa si affollò sempre più di pensieri.
Davvero tutto questo è inevitabile? Non posso cambiare le cose?
Mi sentivo come intrappolato in un vortice d’acqua, che mi spingeva verso il basso senza però farmi affogare.
Avevo perso ormai il conto di quante volte ero salito su per quelle scale, con in mano quel coltello lordo di sangue innocente.
Da lassù, ogni cosa sarebbe dovuta sembrare più chiara, ma non era così. Vedevo solo un cielo grigio e tetti appuntiti e, in basso, persone insignificanti che si affannavano per non venire travolti dal loro destino. Anch’io sono come loro?
Chiusi gli occhi, e non indugiai un istante di più.
Allargando le braccia, mi gettai nel vuoto. Nel più profondo dell’animo sperai di non risvegliarmi, quella volta.

-(3

Quando mi risvegliai nel mio giaciglio, sapevo che qualche secondo dopo un gallo avrebbe cantato.
Ascoltai il suo verso rimanendo sdraiato a fissare il soffitto zeppo di ragnatele, indeciso se alzarmi o rimanere lì per tutta la giornata, o magari per il resto della mia vita.
Era di nuovo mattina. La stessa mattina che ormai non sapevo più da quanto si ripetesse. Non potevo neppure annotarmi lo scorrere dei giorni, perché la mattina dopo tutto sarebbe sparito.
Rimasi sdraiato ancora a lungo, ma non ce la facevo più, e mi dovetti alzare. Non toccai neppure la solita fetta di formaggio ammuffito che era sul tavolo.
Ancora non riuscivo a capire come fosse potuto accadere tutto questo. Forse qualcuno mi aveva scagliato contro un sortilegio. Forse era il castigo divino per i miei peccati.
Pensai che forse ero morto, e quello era l’inferno.
Potevo pensare qualsiasi cosa, ma nulla avrebbe impedito a quella terrificante giornata di scorrere diversamente dal solito.
Avrei assistito ancora una volta ad una strage di persone innocenti.

-(4

“Lodovico, grazie al cielo stai bene!”
Così gridando Bastiano fece irruzione nella mia stanza, trafelato dopo una lunga corsa, latore di un messaggio di morte che era ben lungi dal sorprendermi.
La prima volta che lui arrivò sono quasi certo che mi spaventai, anche se non ricordo bene. Questa volta a malapena lo guardai, del tutto indifferente.
“Scusa se ti ho svegliato, ma devi scappare, non c’è più tempo!” Bastiano faceva avanti e indietro per la stanza, facendo rumore con i suoi passi pesanti.
Vedendo che non reagivo, mi prese per le spalle e cominciò a scuotermi. “Mi senti cugino? Dobbiamo…”  Non finì di parlare. Non finiva mai di parlare. Una freccia gli si era conficcata nel cranio, uscendo dalla fronte con frammenti di osso e cervello che la facevano sembrare un sanguinolento diadema.
Mio cugino mi cadde in grembo, la bocca ancora spalancata in un grido senza fine.
Fuori dalla porta, a qualche metro, l’arciere era pronto a scoccare una seconda freccia, diretta verso di me.
Per quanto io lo sperassi, anche questa volta non mi avrebbe colpito.

-(5

L’arciere non riusciva mai a scoccare la seconda freccia.
L’uomo era sempre così concentrato da non accorgersi di un paio di cavalli imbizzarriti, che, dopo aver fracassato qualche cassa del mercato davanti a casa mia, senza alcuna pietà lo calpestavano, schiacciandolo sotto i loro zoccoli e continuando a galoppare, con gli occhi iniettati di sangue, seminando caos.
Sembravano i destrieri del signore delle tenebre, e al punto in cui sono giunto ora non mi sembra nemmeno un’ipotesi così remota.
Io rimasi in piedi, fermo al centro della stanza, a contemplare prima il cadavere di Bastiano, poi quello dell’arciere, attorno al quale si era già radunata una folla di curiosi. Sempre gli stessi, con gli stessi sguardi pieni di orrore.
Qualcuno cominciò a indicarmi, con il dito tremante, come se io, sporco del sangue di mio cugino, fossi il responsabile di tutto.
“È un emissario del Demonio!” Riuscii a sentire.
“Bisogna chiamare le guardie!”
“Un dottore, un dottore!”
Nelle ossa delle mie mani, sentivo che il momento si stava avvicinando.
Il momento in cui avrei perso il controllo.

-(6

Facevo di tutto per mantenere il controllo.
Chiudevo gli occhi e mi concentravo, serrando i pugni. Presto mi inzuppavo di sudore, con il corpo scosso da fremiti irrefrenabili.
Poi accadeva, ineluttabilmente.
Afferravo il coltello che c’era sul tavolo, uscivo di casa gridando come una bestia sotto lo sguardo attonito dei presenti, e senza nemmeno fare attenzione ai miei gesti, dimenavo la lama in ogni direzione, facendo zampillare sangue come da una orrenda fontana. In poco tempo ero circondato da uomini e donne morti o prossimi alla morte, li potevo sentire gemere dal dolore e dallo sconforto, pregare il Signore che li accogliesse misericordioso fra le sue braccia.
Questa volta non andò diversamente. Quando tornai in me ero nudo sulla riva del fiume, sdraiato al fianco di una tunica nera. Suppongo fosse lì che mi mondavo del sangue.
Ebbi come sempre l’impressione di esser stato testimone di una carneficina, ma era una sensazione che durava pochi istanti. Il tempo di posare gli occhi sul coltello insanguinato che tenevo stretto in mano. Quello non l’avevo pulito, o forse quel sangue era una macchia che non si poteva cancellare.
Non era cambiato niente. Anche la nebbia che aleggiava minacciosa sull’acqua era la stessa. Potevo distinguerne le gocce.
Un pensiero si fece largo nel mio sconforto. C’era un’unica cosa che in quegli infiniti giorni non mi era stata ancora rivelata.
Il motivo della visita e della paura di mio cugino. Poteva essere quella la chiave? Scoprirlo mi avrebbe salvato?
Dopo tanta rassegnazione, quel fatidico giorno presi la decisione di non rimanere più inerme. Di non cercare più rifugio nella morte.
Non avrei aspettato di esser travolto dagli eventi. Avrei cambiato le cose, in qualche modo.

-(7

La mattina seguente mi alzai che non era ancora l’alba. Come al solito ero nel mio letto, anche se mi ero lasciato addormentare sulla riva del fiume.
C’era una vaga luce rosata che entrava in casa attraverso le imposte aperte, sufficiente per vedere dove mettevo i piedi.
Decisi di andare a casa di mio cugino, e di arrivarci il prima possibile. Abitava dall’altra parte della città, e di buon passo ci voleva quasi un’ora.
Non ero sicuro di cosa fare una volta arrivato lì, ma sentivo che era già qualcosa. Avevo anche il presentimento che qualcosa me lo avrebbe impedito.
Una forza invisibile, oppure dei demoni sbavanti che mi avrebbero incatenato al letto in attesa della mia follia omicida. Non mi importava.
Potevo vedere attorno a me la città svegliarsi lentamente. Le persone, che avevo così disprezzato lanciandomi dal campanile, quel giorno invece ai miei occhi erano eroi, che lottavano tutti i giorni per vivere, come avevo deciso di fare anch’io.
Con quel paio di monete che ogni giorno mi ritrovavo nei calzoni, comprai del pane appena sfornato, e lo mangiai con gusto.
Mi sentii come se non l’avessi mai mangiato prima.

-(8

Quando arrivai davanti a casa di Bastiano era ancora mattino presto.
Mi sentivo come se tenessi in mano il filo al quale ero sospeso. Era una sensazione di potere che non avevo mai provato prima. Forse era così che si sentiva Dio.
Rimasi indeciso qualche minuto di fronte alla soglia. Era mio cugino, sì, ma non ricordo quando era stata l’ultima volta che gli avevo fatto visita. Non so come avrebbe reagito trovandomi sulla soglia. Non sapevo nemmeno se il terribile pericolo da cui ogni giorno veniva a mettermi in guardia fosse già in agguato.
Tuttavia, non era il momento di indugiare o farsi venire dei dubbi. Bussai energicamente.
“Bastiano, sono Lodovico! Aprimi ti prego!”
Non ci fu risposta. Solo l’eco dei miei colpi sulla porta che risuonò tetro all’interno della casa. Non un suono di passi, nè la voce di qualcuno che si sveglia di soprassalto.
Feci un rapido giro della casa. Non c’erano molti segni di vita. Sembrava quasi che nessuno ci avesse mai abitato. Io però ero sicuro del contrario.
Non potevo aspettare oltre. Contai fino a tre e, con una poderosa spallata, sfondai la porta.
Quello che vidi andava ben oltre alla mia comprensione.

-(9

La casa non era vuota.
Piuttosto, era come se l’interno non esistesse. Era tutto bianco, un bianco senza fondo, senza luce.
Provai a chiamare mio cugino, ma il suono si infranse uscendo dalla mia bocca.
Non capivo. Dov’era mio cugino?
Rifeci il giro della casa, cercando di spiare dalle finestre, ma le persiane erano tutte serrate, e non si riuscivano ad aprire.
Ritornai all’ingresso. Era come se qualcuno avesse cancellato l’interno della casa, come si fa con i disegni.
Non so quanto tempo fosse passato, senza che nessuno passasse di lì, o che mio cugino si facesse vivo, quando decisi di entrare.
Fu come essere fatto a pezzi.

-(Epilogo

“Signore, abbiamo un problema.”
“Che succede?”
“Si tratta del detenuto numero 713, Signore. Pare che sia entrato in uno spazio non programmato.”
“Qual è il suo Contrappasso?”
“Il soggetto una mattina si è alzato e ha brutalmente accoltellato tutti gli abitanti del condominio in cui viveva, poi ha tentato di togliersi la vita gettandosi dal tetto. Ha avuto sfortuna, perché un tendone ha rallentato la sua caduta. La sua pena è rivivere il suo delitto e il suo suicidio, l’ambientazione scelta è una città immaginaria nel 1250.”
“Da quanto tempo è detenuto qui?”
“Tredici anni, Signore.”
“Mh, forse la simulazione virtuale comincia ad avere meno presa sul suo cervello. Serve una momentanea riprogrammazione. Ora in che stato è?”
“L’abbiamo sospeso, Signore.”
“Bene, allora attua la riprogrammazione standard. Lui è incarcerato a vita per qualche cosa, pensa tu a cosa, e scrive le sue memorie. Penso che sei mesi di riprogrammazione saranno sufficienti, ma chiederò al supervisore.”
“Agli ordini, Signore.”

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