La seconda vita di Pretty Putnik

°1
“Aveva un cuore così puro, una buona parola per tutti.” E’ quello che dice la zia Jennifer.
“Non conosco nessun’altro che avesse… il suo senso dell’umorismo.” Biascica il cugino Nicolaj.
“Il suo sorriso mi illuminava la giornata.” Sussurra Catherine. Ho scoperto giusto pochi giorni fa che mi tradiva. Con il postino. Di lui mi ricordo i denti gialli e storti.
“Mi mancherà.” Piange mia madre, passando lo sguardo sui miei undici fratelli. Tod sta giocando con la Playstation Portable. A golf.
Quando il prete ricomincia a parlare, smetto automaticamente di ascoltare, anche perché non ridevo così di gusto dal compleanno di Beth Gibbons. Quando i suo capelli ricci ed unti hanno preso fuoco per via delle candeline e lei, colta dal panico, immerse la faccia nella panna.
Rido forte, e se fossi ancora vivo le mie risate echeggerebbero per tutta questa minuscola e fatiscente chiesetta.
Mi chiamo Pretty Putnik, questo è il mio funerale e durante la mia vita non mi sono mai divertito tanto.

°2
Essere fantasmi ha degli aspetti molto convenienti, che io non avrei mai immaginato.
Tutto ciò che mi chiedevo sull’esistenza di entità ectoplasmatiche è come sia possibile che riescano ad attraversare le pareti e contemporaneamente a camminare sulla superficie terrestre. Quando ero bambino mi ci arrovellavo tutte le notti, visto che i porno dei miei fratelli non mi facevano dormire.
Ora che lo so, mi pare piuttosto banale. E’ facile, non essendo soggetti alla forza di gravità. Se ne avessi voglia potrei librarmi in volo e, con molta pazienza, andare a fare un picnic sulla Luna. Forse lì ritroverei quei miei vecchi calzini fucsia che chissà che fine hanno fatto.
Ma non ne ho voglia. Come dicevo, essere fantasmi ha i suoi vantaggi. Innanzitutto, non ho più bisogno di mangiare e andare al bagno. Considerando il tempo che ho speso in queste attività quando ero in vita, tanto di guadagnato.
Come nei classici, mi sono stabilito nella vecchia villa padronale appena fuori città. Non so quanto faccia piacere agli attuali abitanti, ma sono un fantasma discreto io. Se i vecchi me lo chiedono, posso anche giocare a briscola con loro.
Non ho più neanche bisogno di dormire. La mia prima notte da fantasma, dopo il funerale, volteggio sopra il tetto della villa. Ignoro se sia una nottata fresca o calda. Chissà.
Volteggio sopra il tetto della villa, nei vestiti che indossavo quando sono morto. Non posso togliermeli.
Volteggio e penso: “E adesso?”

°3
Sono qui in procinto di rubare qualcosa al supermercato, quando, per la prima volta da quando sono morto, mi accorgo che non posso toccare nulla. Le mie mani si stringono molli attorno all’aria. Del resto, non so neanche cosa rubare, esattamente. Il mio è un rimedio alla noia miseramente fallito.
Se avessi una catena e un megafono potrei divertirmi a spaventare la gente. La mia potrebbe essere la storia di un cliente ucciso in una rapina e condannato a vagare per l’eternità fra gli scaffali dell’Esselunga. Toccante.
Il fatto è che non sono in grado di spaventare nessuno. Non posso vedermi allo specchio, ma sono certo di assomigliare ad una sorta di Pippo, solo un po’ più hippy.
Mi dico che forse è meglio che la smetta di rimandare l’inevitabile. Devo al più presto andare nel luogo della mia morte. Credo sia l’unico modo per capire cosa mi abbia impedito di andare oltre.                  Qualsiasi cosa ci sia oltre.
Da un certo punto di vista sono anche fortunato. Questo giro non avrò bisogno dell’ombrello.

°4
Non sono mai stato bravo a dire le bugie, perciò non negherò che mi sia dispiaciuto morire.
Tuttavia, guardando ora quello che mi sono lasciato alle spalle, forse è stato meglio così.
Ho una famiglia che non ha mai saputo nulla di me, e alla quale, tutto sommato, ho voluto bene fino a che non ho acquistato un minimo di facoltà intellettive.
Ho una ragazza che mi tradisce. Ormai tradiva. Non riesco ad abituarmi ad usare il passato. Suppongo che non sia un bene.
Mentre un cane di passaggio caracolla attraversando le mie gambe impalpabili, io guardo l’edificio in cui sono morto.
La grondaia ripiegata su se stessa come una trombetta di carnevale attira la mia attenzione tutte le volte, e sono parecchie, che vengo qui.
Curiosamente, sono morto nell’unico luogo al mondo al quale mi sia mai affezionato. Mi chiedo perché non sia venuto a infestarlo.
Svolazzo sui gradini dell’ingresso, vagamente intimorito. Dopotutto l’ultima volta che sono stato qui ci ho rimesso le penne.
La fantasia non mi è mai mancata. Non ho mai pensato, però, che avrei sfruttato la mia fantasia unicamente per morire in maniera così originale.

°5
La notte in cui ho lasciato fisicamente questo mondo di stenti e privazioni, pioveva.
Nonostante la pioggia, l’imperturbabile organizzatore del cinema all’aperto del quale ero socio aveva deciso di proiettare lo stesso.
Le sedie e lo schermo erano stati posti all’interno della vecchia casa signorile diroccata davanti alla quale mi trovo ora. Le è rimasta giusto la facciata.
Il film proiettato quel giorno era “Che fine ha fatto Baby Jane?”, un grande classico dell’Hollywood in bianco e nero.
La pioggia riempiva lo schermo di molteplici righe nere sottilissime. E la parte inferiore non era visibile, perché coperta dagli ombrelli.
Per questo decisi di spostarmi nella prima fila, sotto lo sguardo bieco di tutti quanti.
Non so se furono i loro sguardi biechi, o la collera divina causata probabilmente da tutte le volte che non avevo aiutato la vecchina di turno ad attraversare la strada, ma un fulmine, abbagliante come un centinaio di flash da paparazzi e seguito immediatamente da un rombo che neanche uno squadrone di motociclette, si abbatté sullo schermo.
Questo dapprima prese fuoco, e, prima che facessi in tempo a spostarmi, con un rumore simile ad un graffio sulla lavagna, mi piombò addosso.
E questo è tutto.
Credo, ma non ne sono sicuro, di essere finito nella bocca spalancata di Jane.

°6
Quando entro, non trovo nulla di ciò che c’era l’ultima volta. Giusto un alone nero sul pavimento di pietra, dov’è caduto lo schermo in fiamme.
A causa mia, tutti quegli appassionati di cinema, saranno stati mezza dozzina, non possono più venire qui a vedere qui i loro film preferiti.
Non ci sono nemmeno più le sedie, ma poi mi ricordo che non ho bisogno di sedermi. Un po’ mi manca sedermi, realizzo con una certa nostalgia.
Vago per questo posto in rovina, attraversando muri, senza capire il reale motivo che mi ha spinto a tornarci. Poi lo vedo.
E’ avvolto da un innaturale alone luminoso, per questo lo noto, appallottolato vicino all’ingresso. Un foglietto.
Appena lo vedo, capisco che quel foglietto ha a che fare con me, e me soltanto. Forse era nella tasca dei pantaloni, ed era caduto quando ho tirato fuori la tessera del club. Devo raccoglierlo.
E qui viene il difficile. Mi sento ancora un fantasma inesperto e afferrare gli oggetti richiede molta concentrazione.
Tuttavia, non è certo il tempo che mi manca. Sempre levitando a qualche centimetro da terra, mi rannicchio, e tendo la mano sul foglietto.
Chiudo gli occhi e mi concentro. Senza guardare, provo a stringerlo svariate volte, finchè non sento il rumore della carta.
Apro gli occhi e il foglietto è stretto nella mia mano. Fa una certa impressione non avvertirlo, ma si sa, il tatto è roba per i vivi.
Con molta attenzione lo apro. E’ un messaggio scritto a mano. Dice che vuole parlarmi.
E’ di Catherine, la mia… beh, quella che è stata la mia ragazza.
Pare sia arrivato il tempo di fare un’apparizione.

°7
“Ma ti chiami davvero Pretty Putnik?” Fu quello che mi chiese Catherine, quando ci incontrammo la prima volta alla sagra della Patata di Springfield.
“Già. Temo proprio di avere un padre russo e una madre con un’eccessiva mania per gli orsacchiotti.” Fu il primo sorriso che le strappai.
“No dai, come ti chiami?”
Forse già allora avrei dovuto intuire la lentezza con cui lavora il suo cervello, ma penso che fosse proprio quello ad affascinarmi, in lei.
Un po’ come quando si guardano i documentari sui gibboni.
La relazione con lei difficilmente entrerà nella storia delle relazioni più eccitanti, tuttavia mi ha donato molti momenti felici. Almeno una dozzina.
Fino a che non ho saputo del postino, ovvio. Che mi debba parlare di lui?
Rimane il problema di come presentarmi a lei. Spostare le lettere sulla lavagnetta?
Son qui davanti a casa sua e sto pensando se sia o meno il caso di suonare il campanello. Poi, accade.
Non so se credere ai miei occhi evanescenti, quando vedo la casa di Catherine saltare in aria.
Mi spavento un po’ quando una tegola, senza troppa fatica, mi attraversa da parte a parte.

°8
Rimango immobile ad osservare le macerie fumanti. Inspiegabilmente penso a Eucalipto, la gatta di Catherine. Gliel’avevo regalata per il compleanno, solo che lei avrebbe preferito una piantina.
Penso a Eucalipto e provo una agitazione paradossale per la sua incolumità. Me la figuro schiacciata sotto tonnellate di macerie. In quel che resta della mia mente vedo i pompieri che la portano via in braccio, e adagiano il suo corpicino spelacchiato in un sacco nero.
Quando i pompieri e gli altri soccorsi arrivano davvero a cercare superstiti, quasi vorrei distogliere lo sguardo da quello che recuperano dai detriti.
E’ Catherine, ovviamente. Ha le mani gonfie, poi mi accorgo che indossa dei guanti da forno. Lei e la cucina evidentemente non erano destinate ad andare d’accordo.
Mi sposto dal vialetto. Sarebbe sgradevole se il suo corpo mi attraversasse, mentre viene portata via.
Poi sento un rumore che mi riempie di sollievo. Eucalipto che fa le fusa. Abbasso lo sguardo e la vedo, acciambellata contro le mie scarpe. Non è evanescente, lei, ma sembra che mi veda. Vorrei provare a prenderla in braccio, ma forse la gente si stupirebbe nel vedere una gatta galleggiare a mezz’aria.
“Le manchi, sai?”
Mi volto e vedo Catherine, con i guanti da forno di Titti, le babbucce di Titti e il grembiule di Titti. Ha i capelli raccolti in una crocchia e il viso sorprendentemente pulito, per qualcuno rimasto vittima di un’esplosione. La trovo bene.
“Ma che ci fai qui? Pensavo fossi morto. E perché casa mia è distrutta?”
Ho come l’impressione di doverle spiegare un paio di cose.

°9
“Quindi sono morta.” Ripete per l’ennesima volta Catherine. “Ma per qualche ragione il mio spirito non si dà pace, e tu credi che la ragione abbia a che fare con te.”
Eucalipto sonnecchia fra di noi, che siamo in piedi attraverso una panchina del parco vicino a casa sua.
“Esatto, hai afferrato, brava.” Nei suoi occhi riesco ancora a vedere l’incredulità. Non riesco a vedervi nient’altro. Nemmeno l’espressività è il suo forte. “Cosa volevi dirmi? Perché mi hai messo quel bigliettino nella tasca dei jeans? Lo ricordi?” Forse sono brutale, ma credo che sia il caso di essere più diretti possibili. Non lasciarle il tempo di perdersi nei suoi torbidi pensieri.
“Io non ricordo nessun biglietto del genere, Putty.” Credo di non aver mai adorato così tanto quel soprannome. E’ quel che succede ad avere un nome come il mio.
“Eppure c’è la tua firma.”
Catherine tace, e si mette a riflettere. La muscolatura del suo viso, in questi rari momenti, si tende, e sforzando l’udito si potrebbe sentire il cigolio rugginoso degli ingranaggi del suo cervello, che girano, perlopiù a vuoto. Fino a che il suo viso non si illumina, ed è come se si sentisse “Tlac!”.
“Quanto tempo era che non mettevi quei Jeans?” La domanda un po’ mi spiazza.
“Uhm, beh, credo molto. Li riservavo alle grandi occasioni. Come Baby Jane.”
“Ah-ha! Proprio come pensavo!”
“Allora, ti ricordi quel che volevi dirmi?”
“Quel che mi ricordo è che avevo bisogno degli ingredienti per una torta, e siccome tu non eri in casa, misi la lista della spesa nei tuoi jeans. Ne sono certa. Quel bigliettino era sicuramente la lista della spesa.”
Ora sì che avrei bisogno di sedermi.

°10
Io e Catherine, penso si possa dire, siamo due anime in pena.
Alla fine abbiamo deciso di trasferirci insieme nella villa di quegli ospitali ma ignari vecchietti, che hanno accolto con gioia anche Eucalipto.
Io ho sempre pensato che la vita di un fantasma fosse eccitante, piena di imprevisti, ecatombi, cose del genere.
Invece nulla. Alla lunga vagare stanca, e la conversazione con Catherine non è il massimo.
Poi un giorno mi è venuta un’idea. Da vivo mi divertivo a spiare la gente dentro la metropolitana. Mi sedevo alla fermata e guardavo tutti, inventandomi storie strappalacrime, o esilaranti, o perfettamente ordinarie, di quelle persone che non avrei più rivisto.
Ed è qui nella metropolitana che siamo io e Catherine adesso. Le sto raccontando la vita di questa signora bionda, abbandonata dal fidanzato, che un giorno rincontra casualmente in un ristorante e…
Catherine mi interrompe, allungando la sua mano Titti-guantata davanti alla mia bocca.
“Ora mi ricordo tutto!” Eucalipto le lancia un’occhiata felina e poi torna ad acciambellarsi sotto il cestino dell’immondizia.
“Tutto cosa?” Mi scoccia venire interrotto durante il flusso creativo.
“Quello che volevo dirti.”
“Allora è vedo che dovevi dirmi qualcosa!”
Catherine cammina verso i binari. Noto solo adesso che le fuma ancora un po’ la testa.
“Ecco… Mi dispiace.”
Non appena finisce di pronunciare quelle parole, passa un treno, e lei scompare, come una nuvola di vapore.

°11
La definitiva scomparsa di Catherine mi ha lasciato con l’unica compagnia di Eucalipto.
Se mi impegno molto, riesco anche a grattarla dietro le orecchie per qualche secondo, quanto basta a farle fare un po’ di fusa.
Mi ha detto che le dispiace. Un’altra persona avrebbe anche chiesto il perché delle sue azioni, ma io sono soddisfatto così.
Adesso è il mio turno di trovare la pace, ma da dove cominciare?
Cos’è che ho lasciato in sospeso? Non ho innaffiato i miei gerani? Ho lasciato il gas acceso? Non ho tirato l’acqua dopo il mio ennesimo attacco di diarrea?
Più ci penso, e più ho la sensazione di essere fuori strada.
Fuori strada?
Ma certo, fuori strada!
E’ lì che devo andare. Vorrei portarmi dietro Eucalipto, ma in volo risulterebbe difficile.
Mentre mi sollevo e sparisco oltre il soffitto, lei mi guarda un poco stupita, prima di caracollare sgambettante su per le scale.

°12
Quando scoprii che Catherine mi tradiva, non molti giorni prima di morire, non la presi molto bene.
C’era questo acchiappasogni, che mi aveva regalato perché smettessi di avere gli incubi. Diceva che mi agitavo troppo nel letto.
Io l’avevo appeso in macchina, per evitare i colpi di sonno.
Quel giorno, presi la macchina, andai verso la palude e gettai l’acchiappasogni in un fosso.
Ora, se non fossi un fantasma, non proverei neanche a setacciare la zona, palmo a palmo, foglia a foglia. Tuttavia, ho la fortuna di essere morto, e ciò mi lascia un discreto margine di tempo. Mi faccio guidare dall’istinto, e fluttuo fra le nebbie fangose e il fango nebbioso. Mi sento come in un film fantasy, se non fosse per la Statale che mi corre affianco. E poi lo vedo, come è stato per il biglietto di Catherine.
Luccica di un bagliore sovrannaturale, nonostante sia parzialmente ricoperto di fango e di uova di rospo. Ci metto dieci minuti a raccoglierlo, tanto sono agitato.
“Ti perdono.” Sussurro.
Mi aspetto di scomparire, avvolto dai cori angelici, ma non accade niente.
Giusto una macchina passa, facendomi volare del fango attraverso.

°13
Innaffio una pianta. Sono sempre stato fiero delle mie petunie, e ora che sono morto lo sono ancora di più.
Nell’anno che è passato da quando ho ritrovato l’acchiappasogni che mi regalò Catherine ho fatto molta pratica nel raccogliere oggetti, spingere interruttori, accarezzare Eucalipto.
Da quando i vecchi proprietari della villa sono morti, qualche mese fa, posso agire liberamente senza il timore di spaventare nessuno. Cosa che, ahimè, una volta è successa. Ma quell’anziano signore aveva probabilmente vissuto una guerra, cosa sarà mai un annaffiatoio volante?
Nella mia nuova vita da casalingo non curo solo il mio orticello. Sono riuscito a procurarmi, in vie non del tutto legali, i miei film preferiti, quelli che andavo a vedere in quel famoso cinema all’aperto. E così ogni sera, fingendo di sgranocchiare popcorn, incrociando le gambe e levitando a mezz’aria, me ne guardo uno, accarezzando Eucalipto sotto il mento. In effetti, l’unica cosa che non ho imparato a fare è sedermi.
E’ una sera come le altre, ed è appena finito “Che fine ha fatto Baby Jane?”, il film che mi cadde in testa.
Nel poco che resta nel mio cuore, avverto come una sensazione nuova, che si fa spazio e avanza come acqua nella terra arida.
Allora mi volto verso Eucalipto, semiaddormentata, e le dico:” Sai, mi sento felice.”
Prima che possa accorgermene, scompaio.
E in un attimo vedo me da piccolo litigarmi con i miei fratelli l’altalena dietro casa e vedo la torta al cioccolato della mamma appena sfornata e sento la risata argentina di Catherine e vedo i figli che non ho avuto come se fossero davanti a me e sento da lontano Eucalipto miagolare e vedo il mucchio di dvd comprati con una parte del mio primo stipendio e vedo il tramonto sul mare di quell’anno che non scorderò mai e…

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