Il male

{1}

Il ritmo incalzante del sesso. Questo era il pensiero che riempiva la mente di Vincent, quando si risvegliò.
Ancor prima di cercare di capire dove fosse, tentò di scacciare quel pensiero, che gli riempiva la testa di immagini terribili e primordiali.
Come ogni volta che gli accadeva una cosa del genere, chiuse gli occhi con energia fino quasi ad avvertire dolore alle palpebre, facendo vibrare la testa, e il pensiero si dissolse.
Quando li riaprì, vide un soffitto completamente bianco. Non c’erano graffi, segni o macchie di alcun tipo. Era come una nebbia infinita.
Si mise a sedere sul letto, e vide che tutto quanto era bianco. Il letto, le pareti, e perfino i suoi vestiti. Era un bianco puro, quasi innaturale, perché nemmeno la neve era così bianca. Gli faceva male agli occhi.
Quando si alzò dal letto, si accorse di essere molto debole. Forse la cosa più saggia sarebbe stata riposare ancora, ma adesso, all’idea di sdraiarsi nuovamente su quel letto immacolato, provava uno strano senso di disagio, e anche paura. Era come se quel letto istigasse in lui pensieri che preferiva evitare.
Cercò una porta con gli occhi, ma non riusciva a vedere nulla di diverso, in quel bianco. Per quanto ne sapeva, poteva pure trovarsi in un luogo senza fine. Poteva essere morto. Ebbe la conferma che non era così quando, avanzando tentoni, toccò una parete. Era gelida e liscia, come ghiaccio.
Tenendo la mano sulla parete, continuò a camminare. Era cieco, nella luce abbagliante.

{2}

Per Vivian ogni volta era come la prima.
Rivestendosi, guardò fuori dalla finestra. Il cielo era grigio e pioveva.
La scarsa luce rendeva quella stanza ancora più scura, ma Vivian si muoveva nel buio con sicurezza.
Come ogni volta, scrisse un biglietto prima di andarsene via. Lo scrisse con una penna rossa, nella sua grafia minuta e delicata.
Scrisse tutto quello che le usciva dal cuore, firmò con una V e lasciò il biglietto sul cuscino. Baciò fra i capelli l’uomo con cui aveva passato la notte, e uscì.
Fuori, si fece scudo dalla pioggia con il palmo della mano, e gocce di acqua gelida le scesero lungo il braccio.
Non sentì freddo.

{3}

Vincent si svegliò di nuovo scosso da orribili pensieri. Faceva sempre più fatica a scacciarli.
Quando aprì gli occhi, si accorse subito che nella stanza immacolata c’era qualcosa di diverso. C’era una crepa nella parete. Riusciva a distinguerla chiaramente, era lunga e sinuosa, e arrivava fino al soffitto, dando a Vincent la possibilità di vederlo per la prima volta. Era meno alto di quanto potesse sembrare.
Si alzò, ricordando che la sua ultima spedizione non aveva avuto molta fortuna.
Quando si avvicinò alla crepa, avvertì un spiffero di aria gelida. Provò a sbirciare, ma vide solo oscurità. Almeno era un colore diverso dal solito.
Provò a infilarci un dito, ma riuscì a far cadere solo qualche calcinaccio. Tirò un pugno alla parete lì accanto, ma non accadde niente.
Era ancora prigioniero.

{4}

Vivian guardò fuori dalla finestra. Il cielo era ancora grigio, e da lassù i tetti della città erano tutti uguali.
Il caffè fumava sul tavolino, ma Vivian non aveva più voglia di berlo. Avrebbe preferito tornare a dormire, risvegliarsi dopo cent’anni e vedere che qualcosa nel mondo era cambiato. Invece tutto era sempre lo stesso. Da un lato questo le dava sicurezza, ma dall’altro le sembrava di sprofondare ogni giorno un po’ di più in un ostile pantano invisibile, che non lascia uscita.
Mescolò pigramente lo zucchero, facendo tintinnare la tazza. Nella casa vuota, quel rumore echeggiava tutte le mattine, come le sue personalissime campane.
Uscì senza ombrello, come faceva sempre, e camminava a passo svelto, guardando fissa davanti a sè.
In metropolitana, si sedeva nel posto più isolato, in fondo al vagone. Guardava fuori, nonostante ci fosse solo il veloce lampeggiare delle luci della galleria.
Nonostante tutti i suoi sforzi, non riusciva a sopportare la solitudine.

{5}

Quella notte ci fu un terremoto. Vincent venne svegliato nel mezzo di uno dei suoi incubi dai rumori sinistri che provenivano dal soffitto.
Nella sala tutta bianca piccoli calcinacci piovevano dall’alto come neve. Le scosse erano tremende, e il letto cigolava minaccioso.
Vincent guardava con gli occhi spalancati la crepa nel muro che andava allargandosi, incapace di muoversi.
Poi ci fu uno schianto secco, il letto cedette e, contemporaneamente, un grosso lastrone bianco cadde dal soffitto. Vincent fece appena in tempo a rotolare di lato, sul pavimento ricoperto di polvere e calcinacci, mentre il lastrone precipitava sul letto, spargendo schegge di legno ovunque.
Quando le scosse terminarono, Vincent si ritrovò a tossire, sdraiato per terra nel polverone.
Il peggio era passato, e c’era dell’altro. Il muro aveva ceduto, e quella che prima era una piccola crepa era diventata una breccia.
Si affacciava su un lungo corridoio oscuro di cui non si riusciva a vedere la fine.

{6}

Il locale era immerso in una penombra lievemente azzurra, ed era poco affollato. La musica che si sentiva era un jazz rilassante.
Vivian si era messa il suo vestito nero. Era piuttosto semplice, ma sugli uomini faceva sempre effetto.
I capelli ricci erano legati in maniera che alcune ciocche le cadevano sul viso. Il trucco era perfetto. Nessun uomo sarebbe stato in grado di resisterle.
Si guardò intorno. C’erano quattro uomini che giudicava interessanti. Due erano al bancone, uno parlava con una ragazza su di un divanetto, e un altro era a un tavolino, da solo, e sorseggiava il suo drink distrattamente. Vivian decise che quella notte sarebbe stato lui il suo uomo.
Si avvicinò al tavolo, facendosi notare il più possibile. L’uomo si girò a guardarla e, com’era prevedibile, le rivolse un piccolo sorriso.
“Posso sedermi?”
“Non deve neanche chiederlo…”
“Vivian. E dammi del tu.”
“Siediti pure Vivian. Anzi, lascia che ti aiuti.” L’uomo si alzò, e da vero gentiluomo spostò la sedia per farla sedere.
“Oh, grazie.”
“Cosa prendi?” Le chiese l’uomo guardandola dall’alto, probabilmente con particolare attenzione alla scollatura.
“Per questa notte mi accontenterò di te.”
Rispondeva sempre così, ed era in quel momento che, dallo sguardo degli uomini che aveva davanti, Vivian capiva che erano come marionette nelle sue mani.

{7}

Vincent camminava ancora una volta alla cieca. La sua mano scivolava lungo il muro immerso nell’oscurità, e i suoi occhi non riuscivano a distinguere nulla al di fuori del nero. Gli pareva che la parete fosse ricoperta da una sostanza appiccicosa e densa, ma non capiva cosa fosse. Non aveva odore, e Vincent non aveva il coraggio di assaggiarla.
Qualcosa attirò la sua attenzione. C’era una crepa, nel muro. La si vedeva chiaramente perché ne usciva un’intensissima luce bianca, come quella della sua stanza.
La crepa sembrava lunghissima, ed andava allargandosi man mano che Vincent proseguiva. La sostanza che ricopriva la parete mandava riflessi rossastri quando veniva colpita dalla luce. Quando la crepa diventò abbastanza larga da poter sbirciare, Vincent guardò dall’altra parte del muro.
C’era un letto, un po’ più semplice del suo, in una stanza completamente bianca.
Seduto sul letto, con la testa fra le mani, c’era un uomo.

{8}

Nella stanza faceva caldo, quando ebbero finito.
Il corpo di Brian, così si chiamava l’uomo, si rilassò, mentre Vivian con grazia scese da sopra di lui e gli si sdraiò a fianco.
Non parlarono per qualche istante. Dalle persiane abbassate per metà filtrava la luce grigiolina della Luna.
“Oh, era da tanto che…”
“Non ci crede nessuno, Brian. Ce l’hai scritto in faccia, come me, che il sesso è uno dei tuoi hobby preferiti.”
“Questo è vero, ma era da tanto che non mi divertivo come con te stanotte.” Nella sua voce adesso c’era quel tono da uomo compiaciuto di sè stesso che Vivian detestava, tuttavia, finse di ridere timidamente.
“Posso raccontarti una cosa?”
“Certo Vivian.” Brian si appoggiò sui gomiti. Probabilmente sapeva che così avrebbe messo in risalto i suoi muscoli madidi di sudore, che avrebbero come luccicato al bagliore lunare. Che esibizionista.
Lei era sdraiata su un fianco, con la testa appoggiata alla mano destra, mentre la sinistra le scompariva dietro la schiena.
“Da bambina, ero innamorata del mio patrigno.”
Sul viso di Brian l’espressione compiaciuta lasciò il posta a uno sguardo vagamente intimorito. Qualcosa nella voce della donna lo metteva a disagio.
“Oh, e ne sei uscita?”
Lei ignorò la domanda. “Era un uomo bellissimo, affascinante, e mia madre lo sapeva.” Brian provò ad aprire bocca, ma Vivian lo interruppe.
“Si chiamava Vincent.”

{9}

“Puoi sentirmi?”
La voce di Vincent echeggiò per tutto il corridoio, nonostante lui avesse poco più che sussurrato.
L’uomo seduto sul letto con la testa fra le mani alzò lo sguardo immediatamente, con gli occhi dilatati per lo spavento.
“Sono qui” Disse Vincent, facendo sporgere la mano quel tanto che poteva, attraverso la stretta crepa.
L’uomo si alzò e, titubante, gli andò incontro. Sembrava fosse lì da poco, era piuttosto spaesato.
Ora che ci ripensava, Vincent non aveva idea di quanto tempo fosse passato dal suo arrivo lì. Forse c’era sempre stato.
“Chi sei?” Gli chiese l’uomo.
“Mi chiamo Vincent, c’è stato un terremoto, il muro della mia stanza è crollato e…”
“Tirami fuori da qui!” L’uomo si avventò e cominciò a colpire il muro con i pugni. “Ti prego!”
“Farò il possibile.” Vincent lo disse, ma in realtà non aveva la minima idea di come fare a liberarlo. “Tu come ti chiami?”
“Io sono Brian.”
In quel momento, tutto il corridoio, e, per quanto al momento concerneva Vincent, tutto l’universo, sembrò gridare. La sostanza vischiosa che calava dalle pareti esplose tutt’intorno, sporcando Vincent dalla testa ai piedi. Tutto quanto, più che tremare, vibrava. Brian cadde a terra gridando, mentre davanti agli occhi stupefatti di Vincent la crepa nel muro scompariva. Poi, fu come se qualcosa lo spingesse da dove era venuto, un vento invisibile, o forse una creatura delle tenebre.
Vincent venne spinto via, mentre intorno a lui si scatenava il putiferio, e dopo pochissimo tempo, ripiombò nella sua stanza immacolata, in cui trovò il letto di nuovo perfettamente integro.
Sul muro dietro di lui non c’era più nemmeno un graffio.

{10}

Il pugnale che Vivian aveva nascosto sotto al materasso mentre Brian era distratto quasi si mosse da solo.
Come una saetta d’argento si conficcò nel petto dell’uomo, che non poteva gridare, perché Vivian gli stava tappando la bocca con una forza che finora aveva tenuto celata dietro ad un falso sorriso. Il pugnale entrò ed uscì molte volte dal petto di Brian, incrinando costole e sporcando di sangue tutto quanto.
Quando non ne rimase che un ammasso di carne sanguinolento, Vivian si fermò. Scese dal letto, e andò a farsi la doccia, lasciando per il momento il pugnale conficcato dentro Brian.
L’acqua era gelida, ma non sentiva freddo.
Questa volta il senso di colpa l’aveva quasi fatta desistere dai suoi propositi. Lo spettro del suo patrigno, l’unico uomo che lei avesse mai veramente amato, si era fatto strada nella sua mente, infiltrandosi tra le crepe della sua volontà.
L’aveva rifiutata, Vincent, quando lei si presentò una notte davanti a lui, nuda e disposta a tutto. L’aveva cacciata via, disgustato. Vivian non fu in grado di sopportarlo, e allora corse nello studio, prese il tagliacarte e lo uccise. Tutti credettero alla legittima difesa.
Da allora decise che il prezzo per avere il suo corpo sarebbe stata la vita, perché gli uomini non si meritavano altro. Nella sua mente li vedeva disperarsi, come inutili insetti in trappola, vittime della sua passione irrefrenabile, vittime di loro stessi.
Uscì dalla doccia, si rivestì e, facendo attenzione a non sporcarsi di nuovo, estrasse il pugnale da Brian. Lo lavò, e lo rimise nella borsa.
Come per gli altri uomini, scrisse un biglietto d’addio, colmo di tutto il suo odio, e lo lasciò sul cuscino insanguinato.
Baciò Brian fra i capelli, come aveva baciato il suo patrigno, e uscì.
Era da poco spuntato il Sole e l’aria dell’alba era fresca e piacevole.
Respirando a pieni polmoni l’odore del pane appena sfornato, Vivian sorrise.

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