Esperimento triste

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Stava seduto con la testa fra le mani, gli occhi chiusi, la testa riempita dal rumore che i tacchi delle ciabatte asettiche delle infermiere producevano calpestando il pavimento candido, illuminato dalla luce malaticcia del neon che lampeggiava impercettibilmente.
La vibrazione della lancetta del suo orologio ogni secondo gli attraversava il cranio come una scarica di defibrillatore, magari quello stesso defibrillatore che i paramedici dell’ambulanza avevano scaricato sul petto di Alice, dopo averle strappato la maglietta, al grido di <<Libera!>>
Libera.
Ora probabilmente lo era, o sicuramente fra poco lo sarebbe stata. Ma se ne era così certo perché l’attesa era così lancinante? Perché nessun dottore si avvicinava, con aria contrita, per dirgli che…
<<Signore?>> Disse una voce al di sopra della sua testa. Non sembrava contrita.
Luca alzò lo sguardo. Gli faceva uno strano effetto venire chiamato signore, aveva solo diciott’anni.
Che ti chiami come accidenti gli pare, basta che ti dica…
<<Come sta?>> chiese. Non c’era curiosità nella sua voce, rassegnazione piuttosto, con una piccola spruzzata di disperazione.
Il dottore davanti a lui, un giovanotto che sembrava una proiezione di se stesso nel futuro, felice come non lo sarebbe stato mai più, gli sorrise con i suoi denti sanissimi e disse:<<Sta bene. Ti aspetta nella sua stanza>>
Luca rifletté un attimo su quelle parole e scosse la testa, ricacciandosela fra le mani.
<<Non è vero>> Disse <<Sparisci dalla mia vista. Non ho bisogno di te adesso>>
Quando tornò a guardare verso il dottore, questi gli sussurrò:<< Mi dispiace>> Era diventato trasparente. <<Volevo solo…>>
<<SPARISCI!>> Gridò Luca. L’unica altra persona presente in quel momento nel corridoio del pronto soccorso, un vecchio dalla faccia gialla, lo guardò con espressione interrogativa. mentre il dottore che esisteva solo nella mente di Luca si dissolse davanti a lui come una nuvola distrutta dal vento.
Tornò a fissare intensamente il pavimento, mentre il vecchio rivolgeva nuovamente attenzione ai suoi dolori.
Il vero dottore arrivò pochi minuti dopo. Aveva l’aria contrita.
Gli disse che Alice era morta ancora prima di arrivare in ospedale.
Allora Luca si alzò di scatto e corse via, pattinando sul pavimento reso scivoloso dalla cera, travolgendo il carrello di un’infermiera, che rovesciò tutto il suo tintinnante contenuto, accompagnato da un gridolino di sorpresa.
Aprì la porta a spinta con tanta violenza che quasi si staccò dai cardini come la custodia di una confezione di prosciutto. Corse attraverso gli edifici bui dell’ospedale che non erano mai stati così desolati, corse fuori dal cancello, corse per la strada e corse e corse e corse per tutto quel poco che ancora rimaneva della notte.

-2-

<<Senti>> disse Alice, sorridendo. La luce del sole le illuminava il viso a quadretti, filtrata dal largo cappello di paglia che le copriva la testa, adorno di un luminoso nastro rosa. Erano sdraiati sul prato dei giardini, rivolti verso il cielo. Il rumore del traffico era solo un lontano ricordo. Al momento esistevano Alice, lui, l’erba e il cielo e nient’altro.<<Senti il rumore che fa il vento, quando attraversa gli alberi?>>
Luca la guardò, ma il suo sguardo era perso nel cielo e lei nemmeno se ne accorse.
Non sapeva cosa rispondere, non voleva rovinare la magia di quel momento.
<<Rispondile di sì>> Disse una voce alle sue spalle. Luca si girò e vide se stesso. Come al solito si vedeva più grande di quanto non fosse realmente e anche, in un certo modo, più felice. Questo se stesso aveva le sembianze di un professore. Aveva una ventiquatt’ore straripante di fogli, la barba mal rasata e la camicia fuori dai pontaloni, ma nonostante l’aria trasandata Luca sapeva che era saggio ascoltarlo, perché fino ad allora gli aveva dato solo buoni consigli. <<A volte la risposta più semplice è quella che vorremmo sentirci dire>> Sorrise a se stesso e si girò di nuovo verso Alice.
<<Sì>> Disse, con voce leggermente impastata <<lo sento>>. In realtà l’unica cosa che sentiva era il cuore che gli rimbombava nel petto come un martello pneumatico.
Lei gli sorrise, per niente infastidita dal fatto che ci avesse messo secoli a risponderle. Lo guardò dritto negli occhi ed in quel momento se fosse stato in piedi le sue gambe avrebbero ceduto.
<<E a cosa assomiglia?>>
<<C-cosa?>> Luca era stato distratto dallo splendore dei suoi occhi.
<<Il rumore del vento, cretino!>> Rise. La sua era una risata argentina, di quelle che ti scaldano il cuore. << A cosa somiglia il rumore del vento?>>
Domanda difficile…
Luca si concentrò, e provò ad ignorare l’incessante tamtam nel suo petto. Era stupito del fatto che non lo sentisse anche lei.
<<Al canto degli angeli>> Disse il se stesso professore, che si era inginocchiato di fianco a lui e raccoglieva dei fogli che gli erano caduti. << Il rumore delle foglie scosse dal vento assomiglia al canto degli angeli, che sono rimasti intrappolati in mezzo ai rami e chiamano gli altri in loro soccorso.>> Il professore si rialzò, con i fogli in mano.   <<A volte è la risposta più improbabile che vorremmo sentirci dire. E altre volte la più semplice è la più improbabile.>>
Luca non capì quelle parole e si vergognava a dire una cosa così maledettamente dolce. Sarebbe suonata falsa detta da lui. Si inventò allora la prima cosa che gli venne in mente. <<Sembra il rumore di un fiume, un fiume di montagna, inerpicato e nascosto in mezzo alle rocce>>
Sperò che ad Alice piacesse quella immagine.
<<Davvero?>> Disse, continuando a sorridere e a guardarlo. Sembrava quasi emanare curiosità. <<Io ho pensato ad una cosa totalmente diversa. Se te la dicessi mi prenderesti per pazza>>
<<Io però ti ho detto quello che pensavo>> Disse Luca. Ogni parola gli costava un’enorme fatica. << Non è giusto così!>>
Lei si tolse il cappello e venne illuminata interamente dal Sole. Era troppo bella per poterla guardare a lungo senza perdersi.
<<E va bene>> disse, ma Luca sentiva solo in parte le sue parole. Era molto più interessante seguire il movimento delle sue labbra. <<Ma sei fai dell’umorismo giuro che non mi taglio le unghie per un anno e poi ti ci strappo gli occhi>>
<<D’accordo>> C’era qualcosa nel suo tono di voce che lo intimorì. <<Io pensavo ad angeli>> disse lei, con voce ora timida e sognante <<Angeli intrappolati nei rami, che cantano, per chiamarne altri. Che ne pensi?>>
Luca rimase a bocca aperta. Il professore sogghignò.

-3-

Non pioveva. E sì che la pioggia sarebbe stata la ciliegina perfetta sulla torta di disperazione che Luca stava divorando. Non sapeva dove fosse finito, ed il freddo sole dell’alba gli congelava le ossa, mentre si appoggiava ad un muro per riuscire a camminare. Aveva il sospetto che i muscoli delle sue gambe si fossero letteralmente sfracellati per la violenza della sua corsa. Era anche un miracolo che il suo cuore avesse retto allo sforzo. Forse aveva sperato di morire, consumandosi in una corsa verso l’infinito, ma il suo istinto di sopravvivenza aveva prevalso e ad un certo punto, si era fermato, respirando con tanta energia che aveva temuto di risucchiarsi la lingua in gola.
Camminava, zoppicando leggermente. Non sapeva come, ma si era fatto male ad una caviglia.
Camminava a testa bassa, la vista annebbiata dalle lacrime che non volevano ancora decidersi a venire fuori.
Per andare dove? Fermati un istante stupido! Sali su un autobus e torna a casa, sdraiati sul letto e piangi per tutto il resto della tua vita, stupido! Cosa stai facendo, eh? Cosa diav…
Luca zittì quella voce che al momento trovò insopportabile e proseguì finchè il muretto sul quale era appoggiato non finì, semplicemente.
Finito, come Alice, come tutto quanto, come me.
La fine di quel muro fu la valvola che liberò il lago delle sue lacrime. Si accasciò a terra e singhiozzò e da lontano sembrava che ridesse. <<Luca>> Disse una voce a lui fin troppo familiare.
<<VATTENE VIA!>> Ululò Luca a quella maledetta visione. Non era più il dottore, adesso era di nuovo il professore, con la barba ridotta in uno stato sempre più pietoso e la camicia sgualcita ancora di più. Alcuni fogli caddero dalla ventiquattr’ore, ma il professore non ci badò.
<<Sai bene che non posso andarmene>> Sebbene quella visione fosse incorporea come le altre, il suo sguardo era intenso e profondo come un pozzo buio e senza fine.
<<ALLORA TACI>> Aprire la bocca era come cercare di parlare sott’acqua, ma l’odio che provava per quella visione in quel momento gli diede tutta la forza per urlare.
La visione tacque, ma continuava a fissarlo con il suo sguardo truce.
Luca si nascose la testa fra le gambe tremanti.
Faceva un gran freddo e lui aveva lasciato la giacca nel locale..Scosse la testa per impedire a se stesso di pensare a quello che era successo solo due ore prima, forse anche meno, ma immagini come pugnalate gli bersagliavano il cervello.
Non era quello il momento di ricordare, ma non riusciva a farne a meno.
Sotto lo sguardo inumano del professore, Luca rivisse quella terribile serata

-4-

<<Dovresti smetterla di fumare>> Gli disse sbuffando, abbassando il finestrino della sua macchina, che scese con un ronzio.
Luca lasciò cadere un po’ di cenere fuori dal finestrino e osservò le volute di fumo della sua sigaretta salire lentamente per poi venire risucchiate fuori.
<<Vai troppo veloce>> Disse lui, di rimando. Era vero. La lancetta del tachimetro sovrastava il numero 100.
<<Non mi hai risposto>> Ribattè lei scocciata, rallentando e scalando la marcia, guardando fisso davanti a lei, come tutte le volte che guidava.
<<Sono nervoso>> Rispose. Era troppo brusco e gli dispiaceva. Odiava litigare con Alice <<E quando sono nervoso ho bisogno di nicotina>><<Uno non ha davvero bisogno di nicotina finchè non fuma la prima sigaretta. Non avresti dovuto farlo>> Era arrabbiata, ma aveva il suo tipico tono curioso di quando indagava nella vita di Luca.     <<Quand’è successo?>>
<<Cosa?>> Si era distratto guardando nello specchietto la visione che era seduta sui sedili posteriori. Era quella delle feste, vestita con una camicia bianca sgargiante, aperta sul collo, una cintura alla moda e jeans attillati. La barba fatta, i capelli acconciati nel modo giusto ed un’espressione sicura di sè. Era senza dubbio la sua visione preferita. <<Quando hai fumato la tua prima sigaretta?>> ripeté lei, abituata alle sue distrazioni << Sono proprio curiosa di saperlo>>
<<Non ricordo>> Disse lui. Non gli andava affatto di affrontare l’argomento. C’era qualcosa che non andava quella sera. Era una di quelle sere che senza un motivo particolare partivano male e, se non ci si stava attenti, finivano peggio.
<<Certo che te lo ricordi, invece>> Disse Alice, scaldandosi<< Solo che non hai voglia di raccontarmelo>>
La visione annuì, vigorosamente, assecondandola. Luca capì che avrebbe fatto meglio a raccontarglielo, anche se non ne aveva voglia. <<Va bene>> Disse, facendo volar via altra cenere dalla sigaretta. Con la coda dell’occhio vide che l’espressione di   Alice era concentrata. Non voleva perdersi neanche una parola. <<In realtà non c’è molto da raccontare>> Cominciando a parlare, scoprì che gli faceva piacere ricordare quelle cose. <<Ero ad una festa. Più esattamente ero alla mia prima festa, alla quale ero stato praticamente trascinato>>
Alice soffocò una risata. <<Una volta c’era bisogno di trascinartici alle feste?>>
<<Senti, lasciami finire>>
<<Ok, scusa>> Tenendo d’occhio la strada gli diede un veloce bacio sulla guancia. <<  Continua, per me è meglio di un film>>
<<Come ti dicevo ero alla mia prima festa, a casa di.. >> Il ricordo lo sorprese, quasi.  Si trattava di un suo amico, morto per una cardiopatia l’anno prima.
Alice capì subito perché esitava.<<Oh, mi dispiace>> Era mortificata << Non potevo sapere… >>
<<Non fa nulla>> La tranquilizzò lui. <<Bravo, così fai la figura dell’uomo forte. Continua così>> Gli disse nel suo tono da duro la visione. Luca le schioccò un’occhiata, e continuò la sua storia. << Era un sottotetto gigantesco. Lo invidiavo tantissimo. Ad ogni modo quella fu anche la prima volta che ho bevuto alcool. Mi attaccai ad una bottiglia di vodka vuota per tre quarti e la vuotai del tutto in tre sorsate. Lui mi abbracciò dalla gioia, contento, forse, che avessi deciso di uscire dallo stato di torpore nel quale ero rimasto fino ad allora. Poi mi offrì una sigaretta. Ricordo che lo guardai e gli sorrisi. “Abbiamo fatto trenta” gli dissi ” Facciamo trentuno”. Presi la sigaretta e tirai una boccata. Per poco non soffocai. Non immaginavo allora che avrei cominciato a fumare>> Tacque, non avendo più nulla da dire, e si perse nei suoi ricordi.
<<È stato interessante>> Disse Alice <<Grazie>>
<<Scusa se sono stato brusco>> Scusarsi gli era venuto quasi istintivo.<<Una delle solite serate storte>>
<<Non preocccuparti>> Disse lei, mettendo la freccia. Guardando fuori Luca capì che erano arrivati. Era pieno di gente, la coda di gente si snodava oltre l’angolo della strada.
<<Vengono tutti qui il sabato sera?>>
<<Non brontolare>> Disse lei, cercando un parcheggio.<<Massa uguale a energia. L’ha detto Einstein>>Parcheggiò la macchina in un posto fortunato, vicino all’ingresso, che era sfuggito a tutti gli altri.
Scesero dalla macchina e si presero per mano. La visione li seguì con le mani in tasca, fumando un’immaginaria sigaretta.
<<Quanto hai detto che costa?>> Chiese lui. Non si sarebbe potuto sentire meno romantico nemmeno se le avesse ruttato in faccia. Si pentì subito di averle fatto quella domanda.
<<Non preoccuparti, pago io per te stasera>> Disse lei, dandogli un altro bacetto sulla guancia.
<<Ma..>> Luca avrebbe voluto protestare, ma Alice lo zittì ficcandogli la lingua in bocca.
Se proprio vuoi…

Mezz’ora dopo che si furono gettati nella mischia, Luca si girò nel punto in cui fino ad un istante prima c’era Alice, per scoprire che non c’era più.
Dove Diavolo?…
La visione, che ballava di fianco a lui, lo guardò per un secondo, poi alzò le spalle, scosse la testa, e riprese a ballare sgangheratamente. Sembrava una marionetta alla quale avessero tagliato i fili.
Non aveva senso rimanere da solo lì a ballare come uno stocafisso. Sgomitando a destra e a sinistra uscì dalla calca, ed evintando un tizio semiubriaco che si aggirava barcollante senza camicia, proseguì verso il bar. Vide che c’era un gruppo di persona riunite in un semicerchio, che guardavano qualcosa a terra.
<<PERMESSO>> Urlò, per sovrastare l’assordante frastuono musicale che pervadeva l’atmosfera e passando in mezzo a due ragazzi dalla faccia stralunata, lo sguardo gli cadde su ciò che aveva attirato l’attenzione di tutti gli altri.Alice era sdraiata a terra, gli occhi spalancati verso il soffitto, privi di espressione. Una macchia di sangue scuro si stava espandendo sul suo petto, all’altezza del cuore. Le gambe di Luca persero il contatto con il cervello, e praticamente le cadde accanto
<<UN’AMBULANZA!>> Gridò, così forte da seccarsi i polmoni<< CHIAMATE UN’AMBULANZA! NON HO IL TELEFONO!>>
<<L’abbiamo chiamata>> Disse un ragazzo, che teneva fra le braccia una ragazza in lacrime ed il telefono in mano.
Poco dopo arrivò l’ambulanza.La visione era scomparsa.
Luca non fu fatto salire sull’ambulanza, chiese a qualcuno di dargli un passaggio.
L’ambulanza chiuse gli sportelli e accese la sirena, partendo a razzo.
Nulla sarebbe stato come prima.

-5-

Solo quando si risvegliò si accorse che si era addormentato, lì seduto con la schiena appoggiata al muretto. Addosso aveva qualcosa che non gli apparteneva, una vecchia giacca stracciata e puzzolente di alcool. Tutto sommato gli teneva caldo.
Il professore era scomparso, ma Luca sentiva comunque una presenza lì di fianco a lui.
Girandosi, ancora intontito, vide un barbone, con la pelle incrostata di sporco, che dormiva silenziosamente a bocca aperta. Forse era stato lui a coprirlo con la giacca.
Se la tolse in fretta di dosso, riconoscente, ma leggermente disgustato dalla sporcizia che poteva esserci dentro quella giacca. Coprì il barbone, che rispose con un grugnito, e osservò il Sole, alto e piccolo nel cielo.
La disperazione della sera prima era sfumata, ma Luca sapeva che sarebbe sicuramente tornata a galla fra qualche giorno, più acuta e straziante che mai.
Doveva approfittare di quei giorni per scoprire cos’era successo ad Alice.
Qualcuno le aveva sparato, ne era sicuro.
Chi?
Perché?

Forse aveva sbagliato a cacciare via il professore. Lui avrebbe potuto aiutarlo.
Doveva andare via di lì. Diede un ultimo sguardo riconoscente al barbone e camminò verso la prima fermata d’autobus che si augurava di incontrare.
Alla fine trovò il coraggio di tornare a casa, ma quando bussò alla porta con scarsa energia, nessuno venne ad aprirgli. COntrollò l’orologio, gesto che significava rituffarsi nei gorghi del tempo che passa, e scoprì che sua madre a quell’ora era al lavoro, e lui era senza chiavi di casa dal lato sbagliato della porta. Nella sua mente la parola casa venne automaticamente associata alla parola famiglia, e alla parola famiglia, Luca associò Alice.
I suoi lo sanno? L’ospedale avrà certamente chiamato…
La sua tristezza in quel momento lo fece sentire in colpa, perché per quanto devastante potesse essere, non sarebbe mai stata come il dolore di un genitore alla morte del figlio. Erano grandezze assolutamente incomparabili.
<<Forse non è il momento migliore>> Disse una voce alle sue spalle << Ma vorrei parlarti>>
Per un momento non si mosse. Era certo di aver sentito male. Dopotutto, aveva le visioni, poteva anche avere qualche allucinazione uditiva. Doveva per forza essere così.
<<Dai Lu, non fare lo scemo>> Continuò la voce<< Girati. E guardami>>
Quella che sentiva era la voce di Alice e l’irrazionale pensiero che fosse ancora viva era troppo paradisiaco per poterlo scacciare. Nel suo delirio di gioia, però, ad un certo punto il suo cervello riuscì a capire. Alice non era viva.
Si girò e se la ritrovò davanti, bellissima, come Luca infinite volte si era immaginato che sarebbe diventata da donna. Un largo vestito estivo le arrivava poco sotto alle ginocchia, lasciando scoperte le sue gambe liscie e sottili. Ai piedi portava dei sandali.   Si era tagliata i capelli e fatta due buchi all’orecchio destro, dove due orecchini ammiccavano alla luce del Sole. Lo guardava con occhi tristi.
Alice ora era diventata un’altra delle sue visioni.

-6-

Era una serata come le altre.
E quello era un parco come ce ne sono tanti, con le sue piccole attrazioni che, essendo sera, erano lasciate sole ad arrugginirsi in attesa dei bambini urlanti che sarebbero immancabilmente arrivati l’indomani.
Era una calma e mite serata di primavera, come quella prima, e come quella che sarebbe venuta. Luca aspettava, seduto ciondoloni sull’altalena.
Aspettava che lei uscisse dalla palestra.
Da qualche tempo la vedeva uscire a quell’ora di sera, durante i suoi giri solitari in bicicletta, per fumarsi una sigaretta lontano dalle strida dei suoi genitori.
Una ragazza, bellissima.
Da quello che era scritto sulla borsa Luca aveva dedotto che giocasse a pallavolo.
Ogni sera, da quando l’aveva vista la prima volta, si sedeva lì sull’altalena, aspettava che uscisse, e la guardava andare via, leggiadra ma atletica, sventolando i suoi capelli dei quali Luca non era ancora riuscito a capire bene il colore. Ogni sera la guardava con la speranza che lei si girasse e gli sorridesse, che lasciasse cadere la borsa a terra, corresse verso di lui e gli gettasse le braccia al collo.
Quella sera erano già tre settimane che la aspettava uscire, e stava pensando ad una scusa qualunque, con cui attaccar bottone. Anche solo per sentire la sua voce, che doveva senza dubbio essere celestiale.
I suoi pensieri vennero interrotti dal cigolare dell’altalena di fianco alla sua.
Il professore vi aveva appoggiato sopra la sua borsa e stava mettendo per l’ennesima volta in ordine i suoi fogli. Allora la camicia era ancora in ordine dentro i pantaloni.
Luca lo salutò con un cenno della mano.
<<Hai qualche buon consiglio da darmi?>>
Prima di rispondergli, il professore finì di sistemare le sue scartoffie, sulle quali chissà che c’era scritto.<<Questa sera è LA sera, Luca>> Nonostante non fosse sua abitudine, pareva che il professore fosse quasi euforico. <<Ciò che accadrà questa sera te lo ricorderai sempre. Nulla sarà come prima>> Luca rimase quasi stupefatto nel sentire quelle parole. E tutto quello che riusci a dire fu:<<Wow, dici sul serio prof.?>>  Gli avrebbe dato una pacca sulla spalla, se solo non fosse stata impalpabile.  <<Fantastico, mi rincuora molto sentirlo. E cosa dovrò fare?>>
Questa volta il professore assunse la sua solita aria di superiorità.<<Non dovrai fare niente>>
Luca stava per replicare quando sentì il familiare cigolio della porta della palestra.
Eccola.
Scattò in piedi, e fingendo di essere qualcuno che passeggiava lì per caso, camminò verso la ragazza. Tre metri circa li separavano, lei era di spalle, quando qualcosa che sembrava a tutti gli effetti il verso di un cane fece sobbalzare Luca, che solo in quel momento si accorse che stava quasi per pestare un cagnolino, nella foga del suo pedinamento.
<<Ben!>> Gridò una voce femminile alle sue spalle.<<Accidenti Ben, torna qui!>>
Sebbene Luca questa volta fosse arrivato così vicino alla meta, non poteva ignorare quel cagnolino che in quel momento si stava strofinando con energia contro i suoi pantaloni, scodinzolando come un folle e lavandogli le scarpe. Si chinò ad accarezzargli la testa, mentre la ragazza con la borsa da pallavolista, che non si era nemmeno girata, si allontanava, e la ragazza padrona del cane, invece, si avvicinava.  Poi gli si parò davanti, in controluce rispetto al lampione dietro di lei.
Ma questo non impedì a Luca di venire istantaneamente affascinato dalla ragazza.
<<Per fortuna che c’eri tu, altrimenti questo malandrino avrebbe….>> Aveva una bellissima voce. Si interruppe e lo scrutò bene in viso. Lui non aveva ancora aperto bocca. << Ma… Sei tu! … Ma pensa un po’!>> Intanto il cane era ritornato gioiosamente a strofinarsi contro le gambe della sua padrona. Luca si rimise in piedi e farfugliò qualche parola. Con la coda dell’occhio vide i fari della macchina della pallavolista che si allontanavano. <<Ci conosciamo?>>
<<Tu non sei per caso il ragazzo che ogni sera sta seduto su quell’altalena?>> Indicò verso l’altalena, dalla quale il professore li guardava. Ora che era in piedi, Luca riusciva a vedere il viso della ragazza. Neanche con il pensiero aveva parole per descriverlo.
<<Sì, sono io, perché?>>
<<Beh, era qualche sera che ti osservavo, portando a spasso questo delinquent…. >>
In quel momento, attirato da chissà che cosa, il cane schizzò via per il vialetto della palestra. <<No, Ben, fermati!>> La ragazza stava già cominciando a rincorrerlo, mentre Luca non riusciva a muovere un muscolo. <<Scusami, devo scappare>> Gli gridò mentre correva dietro al cane.
<<Ti rivedo domani?>> Riuscì a gridarle dietro Luca.
<<Penso di sì!>> Gridò la ragazza, sempre correndo rumorosamente per il vialetto.
<<Io sono Luca, tu come ti chiami?>> Si sentiva uno stupido ad urlare così in mezzo al vialetto, fermo come uno spaventapasseri in assenza di vento. <<Alice!>> Rispose la ragazza, voltandosi per un attimo verso di lui, con, Luca era pronto a giurarlo, un magnifico sorriso sulle labbra.
Il suo nome riecheggiò nel silenzio del parco, poi lei svoltò l’angolo, e scomparve.

-7-

Era entrato nel primo bar che aveva trovato, e si era seduto sulla prima sedia che aveva visto. Quando una cameriera dall’aria stanca, che tuttavia continuava imperterrita a sorridere, gli chiese se voleva qualcosa, le rispose qualcosa a mezze labbra, e tornò a fissare intensamente il tavolo, per non guardare ciò che era davanti a lui, che lo scrutava silenziosamente, e gli penetrava nelle viscere con i suoi vivi occhi senza vita.
La tentazione era forte, come quando da bambino di notte hai paura del buio, e per farti passare la paura ti decidi a guardare sotto il letto, per scoprire che l’uomo nero per quella volta ha deciso di lasciarti in pace, così Luca, con uno sforzo immenso, alzò lo sguardo, le mani sulle tempie, sudate e tremanti.
Alice era ancora lì davanti a lui, con la sua espressione ora triste, i capelli corti che come se fossero stati reali, rilucevano della luce del mattino che entrava dalle persiane semichiuse. Lo guardava, senza tregua, senza dirgli nulla, e a Luca sembrava di essere in piedi su di un vetro trasparente, sospeso sopra un baratro senza fondo, mentre nel vetro cominciano a formarsi le prime crepe, con scricchiolii sinistri.
La cameriera arrivò dal nulla, con una tazzina fumante di caffè in mano. Vide Luca che fissava intensamente il vuoto, pallido come un morto, e per un momento rimase interdetta. Poi, però decise che tutto sommato la follia dei clienti non rientrava nelle sue mansioni, così appoggio la tazzina davanti a Luca, mormorò qualcosa e si allontanò sbadigliando.
Luca non si sentiva in grado di bere quel caffè, la sua gola era come intasata, ed era già un grande sforzo respirare.
<<Vattene>> Sussurrò, più che altro a se stesso. <<Ti prego, mi stai uccidendo. Vattene via>>
Per tutta risposta Alice gli indicò la tasca dei Jeans. <<Rispondi>>Gli disse. La sua voce era così chiara che a Luca sembrava impossibile che gli altri non potessero sentirla.
<<Non ho il..>> Improvvisamente una melodia a lui familiare invase il piccolo bar.  Con stupore si accorse che proveniva dalle sue tasche. E allora si ricordò che prima di entrare in quel maledetto locale, Alice gli aveva chiesto di tenerle il telefono in tasca, perché lei lasciava la sua borsa nel guardaroba. Con il cuore che batteva impazzito,  Luca tirò fuori il cellulare, e la suoneria divenne ancora più assordante.
Sul display, sotto un led rosa lampeggiante, c’era il nome Francesco tra virgolette.
Chi può essere, che chiama a quest’ora di mattina?
Con il cuore ad intasargli la gola, Luca pigiò il pulsante con la cornetta verde. <<P-pronto?>>
<<Tu non sei… Alice>> La voce era di una donna, di sicuro non era Francesco. <<Chi sei?>>
<<Ti rigiro la domanda. Non mi sembra che tu sia Francesco>> Sottolineò molto la O finale di Francesco.
<<Sono la sua ragazza. Ho visto questo numero segnato sulla lavagnetta in cucina…c’era un messaggio.. non capisco..>> La voce si fece confusa, distante, sembrava sull’orlo delle lacrime..
<<Senta, io sono… ero il ragazzo di Alice… lei… è…. >> Mentre lo diceva ce l’aveva davanti agli occhi, evanescente.<<Cosa vuole da lei?>>
Ci fu un attimo di silenzio. <<Mi… dispiace, non volevo, scusa se… >>
<<Cosa vuole da lei?>> ripeté Luca. Quella forse era una pista da poter seguire.
<<Io credo… >> Disse la voce di donna, con un sospiro <<Che dovremmo incontrarci>>
Luca ci pensò su un istante. Alice, di fronte a lui, annuiva.
<<D’accordo>>

-8-

<<Ali…>>
<<Mmmm?…>>
Era notte fonda. La luce proiettata dai numeri azzurri sulla sveglia disegnava ombre sfuocate sulla parete bianca della stanza. Luca era sveglio, sdraiato a pancia in giù, con indosso solamente i pantaloncini.
<<Sei sveglia?>>
<<Mmmm… >>
Luca voleva confessarle delle visioni. Non gli sembrava giusto tenerle nascosto qualcosa che, per quanto ne sapeva con il tempo si sarebbe anche potuto rivelare pericoloso. In effetti non era affatto sicuro di essere del tutto sano di mente.
Sveglio insieme a lui c’era il dottore, con la sua faccia rassicurante e la cartella medica sotto il braccio.
<< Non dormi?>> Chiese a Luca. Lui non poteva rispondergli. Non con Alice sveglia, almeno. Le fissava la nuca. Immobile.
<<Devo dirti una cosa.>>
<<Mmmm… >>
<<Guarda che… >> Iniziò il Dottore, ma Luca gli fece cenno di tacere. Lui sembrò arrendersi e si tolse gli occhiali per lucidare le lenti, sempre con la cartella sotto braccio.
<< Ti è mai sembrato che, ogni tanto… Io parli da solo?… Ti sei mai accorta che ogni tanto mi comporto in modo strano?>>
<< Mm… >>
Luca parlava a bassa voce, come ogni volta che si confidava con qualcuno. <<Beh, ecco… Forse ti spaventerà ciò che sto per dirti… Anche a me all’inizio faceva paura… Mi ascolti?>>
<<Mmmm… >>
Luca si fece coraggio. Se non lo poteva dire a lei, allora a chi mai poteva dirlo?
<< Beh, insomma… Per fartela breve, io ho delle visioni… Visioni che assomigliano a me, ma non sono proprio me, che a volte mi consigliano, altre volte si limitano ad apparire senza dire niente… Queste visioni.. è come se conoscessero il futuro a volte…   Forse qualche volta ti è parso strano che io sapessi già quello che stavi per dire, o che non mi stupissi di fronte ad un evento inaspettato… Beh, ecco, ora sai perché…>>
Si aspettò un’incredibile sfuriata.
Invece Alice non mugugnò nemmeno. Sentiva il suo respiro fluire regolare nel sonno.
<<Io te l’avevo detto…>> Disse il Dottore, guardando fuori dalla finestra, verso un cielo estivo incredibilmente stellato. << Dorme.>>
Alice dormiva. Non aveva sentito nulla.
Dopo quella volta, Luca non trovò più il coraggio.
Non le raccontò mai più delle sue visioni.

-9-

Sulla lavagnetta bianca appesa alla parete di quella cucina sterile e priva di ogni fantasia, troneggiava in pennarello nero ed in un frettoloso corsivo la scritta che in quel momento attirava l’attenzione delle due persone sedute lì davanti, con in mano l’ennesima tazzina di caffè che Luca non avrebbe certamente bevuto.
La visione di Alice guardava fuori dalle tendine della finestra, apparentemente indifferente a quel che succedeva.
<<Questo l’ha scritto Francesco?>>
<<Sì.. >> La ragazza seduta insieme a Luca in quella minuscola cucina stringeva convulsamente un fazzoletto nella mano dove non reggeva la tazzina. Gli occhi e il naso erano arrossati. I capelli spettinati ed unti, la succinta vestaglia spiegazzata e sporca. Le tremava la voce come prima al telefono.
<<E non ha idea di cosa significhi?>> Luca aveva deciso di gettarsi con la mente in quel mistero, ignorando la visione della ragazza che amava a pochi centimetri da lui.  Doveva cercare di rimanere il più possibile lucido. Doveva. <<No… Ma pensavo che la tua…. >> Abbassa lo sguardo sulla tazzina, imbarazzata.. <<Pensavo che lei sapesse..>>
<<Pare che dovremmo arrangiarci, invece>> L’unica difesa per Luca, ora come ora, era l’attacco. <<perché non mi parli di Francesco?>>
<< Che vuoi sapere?>>.. Dal tono di voce si intuiva che la ragazza non sarebbe durata per molto ancora, senza scoppiare nuovamente a piangere. Ci vogliono domande il più dirette possibile, pensò Luca, con la voce del Professore nella sua mente.
E sempre la voce del Professore, gli suggerì la domanda da fare alla ragazza. <<Che lavoro fa?>>
La ragazza rimase un istante interdetta. Poi bevve con decisione la sua tazzina di caffè, deglutendo rumorosamente in brevi sorsi. <<In un locale. Il “Dreams’ Boulevard”.  Fa il barista, e qualche volta il buttafuori>> Il rumore secco della tazzina che si rompeva, nell’atmosfera della stanza, parve quello di un’ esplosione. Frammenti di ceramica e del caffè ormai tiepido si sparsero sulle piastrelle sporche. La visione di  Alice si girò. La ragazza mandò un gridolino isterico.
Luca si alzò di scatto. Più che alla ragazza, parlò da solo. <<Sapevo che sarei dovuto tornare in quel posto, prima o poi.>>
Meglio andarci ora, e poi non tornarci mai più.
Senza aggiungere una parola, corse fuori da quel misero e triste appartamento.

Ho fatto qualcosa di terribile. Non tornerò per un po' di tempo. 
Telefona ad Alice, sulla rubrica del mio telefono. Spero stia bene. 
Non potrei perdonarmelo se le fosse successo qualcosa. Non preoccuparti per me. 
Ti amo. Fra

-10-

<<Ma tu credi davvero a queste cose?>>
<<Certo che ci credo>>
Stavano entrando sussurrando nella tenda fumosa d’incenso di una cartomante.Luca era del tutto scettico a riguardo, nonostante ogni giorno vedesse delle visioni che sembravano conoscere il futuro, l’idea che anche una cartomante e una sfera di cristallo potessero conoscerlo gli pareva ridicola.
Ovviamente non disse questo ad Alice.
<<Secondo me sono tutti dei ciarlatani>>.
<<Vorrà dire che mi farò predire soltanto il mio futuro>> Gli disse Alice con il suo sorrisetto da donna invincibile.
La donna che leggeva le carte era seduta, avvolta in tre scialle dalle tinte sgargianti, gli occhi pesantemente truccati con della matita viola, le unghie lunghissime e curatissime che rilucevano di rosso alla luce della candela posta al centro del tavolino rotondo.
Al contrario di quanto pensasse Luca, non c’era nessuna sfera di cristallo, ma solo una stecca di incenso che si consumava lentamente.
<<Prego, venite avanti cari…>>
C’erano due sedie vuote davanti a loro. Alice si sedette tutta ansiosa, mentre Luca si guardava attorno molto poco convinto.
Alice aprì bocca per parlare, ma la cartomante, Zolda, a quanto diceva il cartellone fuori dalla tenda, parlò prima di lei.
<<So perché siete qui>>
E tante grazie, cosa mai verremmo a fare qui, comprare il prezzemolo? <<Tu, ragazza, vuoi sapere il tuo futuro, e hai fiducia, il tuo compagno invece è scettico…>>
Niente che non si potesse capire guardando le nostre facce.
Alice continuava a tacere.
<<Dammi le tue mani ragazza, con i palmi rivolti verso l’alto. Prima la sinistra.>>
Alice scoccò un’occhiataccia a Luca e allungò la sinistra, come aveva detto Zolda.
Lei prese ad esaminarla con attenzione. Poi, alle sue spalle, Luca vide qualcosa muoversi.
Pochi secondi dopo apparve ai suoi occhi una visione che non aveva mai visto prima.  Era vestita di nero. Giacca e scarpa erano nere, molto eleganti. Un paio di occhiali da  Sole coprivano lo sguardo, ma Luca sapeva che sarebbe comunque stato simile al suo.  Pareva un dirigente, qualcuno d’importante, comunque.
Mentre Zolda passava l’indice sulle linee della mano di Alice, in meditazione, il  Dirigente, sotto lo sguardo di Luca, si chinò e le sussurrò qualcosa all’orecchio.
D’un tratto gli occhi di Zolda si spalancarono, lasciò andare la mano di Alice e la guardò con sguardo spaventato e affranto, mentre il Dirigente sorrideva compiaciuto a  Luca, che adesso cominciava ad avere un po’ di paura. <<Cos’ha visto?>> Chiese Alice, preoccupata.
<<N-non posso… Non posso>> Zolda deglutì. <<Uscite da qui…>>
<<Ma…>>
<<Uscite!>> Luca prese la mano spaventata di un’Alice spaventata e il più in fretta possibile uscirono dalla cappa della tenda. Nessuna traccia del dirigente.
Per tranquillizzarla, fecero un giro sulla ruota panoramica.
Sul punto più alto, si baciarono.

-11-

Il nastro della polizia che consigliava a tutti quanti di stare lontano, oscillava teso per via di una sorta di vento che Luca sulla sua pelle nemmeno avvertiva, dato che i suoi sensi erano tutti rivolti alla macchina di Alice, ancora nel parcheggio, esattamente dove l’aveva lasciata. L’unica rimasta nel parcheggio, dato che Luca era arrivato fino a lì in taxi.
Sembrava che in giro non ci fosse nessuno, neanche uno sfortunato ed ansioso agente di guardia che avrebbe potuto complicare notevolmente le cose.
L’unica compagnia che aveva era quella silenziosa di Alice, che aveva perso la sua espressione terribile, per ritornare ad una un poco più rassicurante, per quando rassicurante possa essere una visione che vedi solamente tu.
Con enorme fatica distolse lo sguardo dalla macchina, rifacendo con gli occhi lo stesso percorso che avevano fatto poche ore prima.
Anzi.
Forse non sarebbe stato del tutto inutile e autodistruttivo ripercorrere quella sera passo dopo passo. Non solo con la mente, ma anche con il corpo.
Così, a passi lenti, si avvicinò alla macchina, portiera del passeggero.
Gli si congelò letteralmente il sangue nelle vene quando vide la sua visione da sera, quella che ballava con lui nel locale, riversa sui sedili posteriori, i polsi evanescenti tagliati e sporchi di sangue altrettanto evanescente, che aveva imbrattato i sedili e i tappettini.
Per quanto incredibile e surreale potesse sembrare, uno dei suoi fantasmi si era suicidato.
Non sapeva se provare dispiacere o meno. Così si limitò a girarsi dall’altra parte, con il cuore ancora in tumulto.
Guardando fermamente davanti a sè, conscio della presenza dell’Alice visione dietro di lui, camminò dove aveva camminato quando ancora aveva prospettive di una vita felice con la ragazza che amava.
Rivide lei che gli chiedeva di tenerle la borsetta, e il bacio che gli aveva dato, senza sapere che sarebbe stato l’ultimo.
Arrivò, passando sotto al nastro della polizia, davanti all’ingresso, per poi sbattere il muso contro la dura realtà. Come avrebbe fatto ad entrare? L’ingresso era chiuso a chiave, chiaramente. Non erano previste incursioni pomeridiane da parte di un ragazzo disperato ansioso di conoscere la verità. Ma Luca altre idee non le aveva, non poteva permettere a se stesso di arrendersi.
Più per una falsa speranza, che per convinzione, abbassò la maniglia della porta, subito dopo la biglietteria. E quasi cadde in avanti quando la porta si aprì senza nemmeno un cigolio di preavviso.
Rivedere così di colpo la macchia di sangue sul pavimento di fronte al bancone del bar, gli fece perdere l’equilibrio. Dovette appoggiarsi al muro per non cadere.
Si chiese se avrebbe mai ritrovato la forza per rialzarsi, ma poi arrivò un’apertura fredda di metallo appoggiata alla sua tempia, che gli conferì la certezza che non si sarebbe più rialzato.

-12-

La guardava negli occhi senza riuscire a dire una parola.
Le teneva le mani così strette da avere i brividi per lo sforzo.
Dietro di loro un bagnino sensuale nella sua svogliatezza richiudeva gli ombrelloni e le sdraio con gesti rapidi ed esperti.
Probabilmente aveva anche lanciato un’occhiata nella loro direzione, ma a Luca non importava affatto.
Tutto il mondo si concentrava ora nella ragazza davanti a lui, alla quale stava tenendo le mani.
Non vedeva il Professore che, seduto sulla sua valigetta in riva al mare, guardava le onde minuscole e spossate che si distruggevano incessantemente sul bagnasciuga. Non vedeva i riflessi rosati che l’acqua assumeva per via del tramonto che bruciava l’orizzonte.
O meglio, vedeva tutto questo, ma riflesso negli occhi di Alice, muta quanto lui.
Luca è un ragazzo intelligente, forse disilluso. Sa bene che non esiste l’amore eterno.   Che è una meravigliosa favoletta che si racconta a sè stessi per far apparire il mondo un posto migliore. Sa bene che è facile fare promesse avventate, delle quali poi pentirsi. Sa tutte queste cose, ed altro ancora, ma sa anche cosa ha appena detto ad  Alice. E sa che, almeno in quel momento, è vero.
<<Ripetimelo>>Trovò finalmente il coraggio di dire la ragazza. Luca forse intravide una lacrima rosata.<<Ripetimelo, ti prego>>
<<Ti amo>>Dirlo è come tuffarsi ad occhi chiusi. Non puoi sapere quando ti schianterai.<<Ti amerò sempre>>
Non esiste il Sempre, lo sai.
Luca lo sapeva. Ma glielo ripeté, e glielo ripeté ancora.
Glielo ripeté anche quando il bagnino venne a cacciarli via con la torcia.
Glielo ripeté quando fecero per la prima volta l’amore.
Glielo ripeté ballando, pochi minuti prima che qualcuno le sparasse.
Glielo ripeté anche allora, con una pistola puntata alla tempia, convinto di morire.

-13-

Erano tutti riuniti lì, nella penombra leggermente tinta di sangue di quel locale maledetto.
Il professore, con i suoi occhi senza fondo, spettinato e trasandato, la valigetta fra le gambe, le braccia incrociate, lo guardava.
Il dottore, con quella sua aria falsamente ed inutilmente rassicurante, lo guardava.
Persino il manager, che quasi non si vedeva nell’oscurità, beffardo e saccente, lo guardava.
Anche Alice, in piedi sulla pozza ormai secca del suo stesso sangue, lo guardava.
La pistola che si sentiva premuta alla tempia non si decideva a sparare. L’uomo che la impugnava, però, si decise a parlare. <<Cosa sei tornata a fare?>> Si sentiva che era eccessivamente teso. O meglio, l’avrebbe notato qualcuno che in quel momento non  stesse rivolgendo completamente l’attenzione altrove, come Luca.
Rivolgeva la sua attenzione alla memoria. A ciò che inavvertitamente gli stava tornando alla mente.
Le sue orecchie non l’avevano ingannato. L’uomo con la pistola, Francesco presumibilmente, aveva detto tornatA.
Quella lettera fece sprofondare la mente di Luca in un abisso. Immagini e luci cominciarono ad affastellarsi nella sua mente. Parole, conversazioni, tutto quello che aveva fatto fino ad ora, stava cambiando. Cercò di rimettere in ordine la sua testa, cercò di far smettere i flash.
Gridò. E poi fu tutto così chiaro da risultare insopportabile.
Ritornò alle sere sull’altalena, in attesa della ragazza con la borsa. Si accorse di non avere ricordi antecedenti a quella data. Certo, c’era quello che aveva raccontato ad   Alice in macchina, durante la loro ultima sera, ma… Era come se, qualcuno glielo avesse inculcato, tanto da farlo sembrare suo. Solo che in realtà era di qualcun’altro.
Non stava baciando me, quella sera.
<<Tu hai ucciso il mio ragazzo>> Era la voce di Alice che parlava.<<Ecco perché sono tornata>>
Non fui io a dirle ti amo, sulla spiaggia.
<<Io>> La voce di Francesco si stava incrinando, acuendo.<<Non sarebbe dovuto accadere, accidenti! Mi dispiace, mi…>>
Non fui nemmeno io ad accompagnarla sulla ruota panoramica. Non ero io quello che la cartomante vide. O forse, forse fu solo lei che capì.
<<Questo non lo farà tornare in vita!>> Alice ora sembrava avere preso il controllo.  Francesco aveva fatto cadere la pistola. <<Io ho voluto aiutarti, un’ultima volta. perché hai sparato? Non è per quello che ho trafugato la pistola di mio padre! Doveva essere solo qualcosa per spaventare. Non doveva morire nessuno!>>
Non sono io il suo ragazzo. Non sono io il suo ragazzo. E nemmeno lo sono mai stato, e mai neppure lo sarò.
<<Lo so Alice, e se potessi rimediare, se potessi tornare indietro…>> Fece una breve pausa. Parve tirare su con il naso.<<Scusa se ti ho puntato la pistola alla tempia.>>
Non sono stato io a parlare con la ragazza di Francesco. Non ero io la persona al quale la cameriera ha servito quel caffè. Quelle visioni non sono le mie visioni.
<<Costituisciti>> Disse Alice, incredibilmente calma e risoluta. <<Furto e omicidio involontario. Lui ti ha sorpreso a rubare dalla cassa. Ti ha spaventato. Non è molto, ma è comunque quello che ti meriti, Francesco. Io ad aiutarti ci ho provato. Ma forse sei tu che non vuoi essere aiutato.>>
Io esisto solo nella sua mente. Insieme al Professore, al Dottore, al Manager, al Tipo da Discoteca.
<<Io…>> Sta piangendo ora. << Volevo… volevo solo… solamente aiutare la ragazza che amo a vivere meglio. Avevo anche paura che tu… Dalla disperazione, commettessi qualche sciocchezza…>>
<<Beh, ma vedo che eri comunque pronto ad uccidermi, Francesco.>> <<Questa maledetta pistola è scarica, Alice. Come sarebbe dovuta essere dall’inizio….>>  Singhiozzò. << Hai ragione. Non mi resta che… confessare tutto quanto. Tutto quanto…  Io… non cerco la compassione di nessuno>> <<Non hai la mia compassione, Francesco, ma nemmeno il mio odio…. Io… >> Un sospiro velò la voce della ragazza.<< Cercherò di dimenticarmi tutto questo. Sto cercando già di lasciarmi tutto alle spalle. In fondo… è anche colpa mia se Davide… Se gli hai sparato. Hai ragione, avrei dovuto dartela scarica.>> Un altro sospiro, lungo, sommesso.<< Io… Non riesco più a parlare di tutto questo. Credo di stare per impazzire, Francesco. Ho mille volti che mi parlano, nella mia testa. Più volte ho temuto di essere pazza… Forse… Forse lo sono davvero… >> Si acciascia al muro, il volto fra le mani, singhiozzante anche lei ora. Francesco si inginocchia e le poggia con estrema insicurezza la mano sulla spalla.
Io non sono altro che una sua visione. La visione del ragazzo follemente innamorato di lei, come forse il suo vero ragazzo non era. Così innamorato di lei da rifiutare l’esistenza di un altro ragazzo, di impersonarmi in lui, di vivere le sue emozioni e i suoi ricordi. Fino a che non gli hanno sparato. Non avevo più nessuno da impersonare, ma la mia fittizia personalità era così radicata in lui, che non potevo accettare la sua morte, a costo della mia stessa fine. E così al suo posto vidi morta Alice. In realtà, senza rendermente conto, mi impersonai in lei, e la mia mente elaborò conversazioni inesistenti, ed elaborò anche la sua visione, che probabilmente era la vera Alice. La vera Alice che la sera dopo la morte di Davide, si è fermata davanti alla sua porta, mentre io ero convinto che quella fosse la mia porta. La vera Alice che sapeva benissimo che era stato Francesco a sparare, e che andò dalla sua ragazza, solamente per affacciarsi alla finestra, senza parlare, per farle capire. La vera Alice alla quale adesso l’assassino di Davide sta poggiando la mano sulla spalla. La vera Alice che vuole dimenticarsi di noi, di Davide, di me. Ha già cominciato con il Tipo da discoteca. Forse il prossimo sarà il Manager, o il Dottore, oppure il povero caro Professore.
<<Andiamo dalla polizia ora, Alice>> Non c’era più espressività nella voce di Francesco. La voce di chi ha rinunciato ad ogni cosa.
Lei si alzò senza dire nulla.
<<Andiamocene da questo posto>> Continuò Francesco, mentre usciva con la ragazza dal “Dreams Boulevard”.
Luca, la visione forse preferita da Alice, non li seguì. Rimase lì con le altre, destinate probabilmente all’oblio, forse soppiantate da altre visioni, forse no.
Forse il prossimo a sparire, sarò io.

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