Boris & Boris

/1/

“Intelligenza associativa, dici?”
“Sì, pvopvio. Come se io ti chiedessi in che stato sono i tuoi capelli e tu…”
“Io non ho capelli Boris.”
“Lo so, Bovis. È un esempio.”
“Ok, scusa.”
“Dicevo, è come se io ti chiedessi in che stato sono i tuoi capelli, e tu mi vispondessi:<<Ma sono qui, sulla mia testa, in Lapponia!>>”
“Ma noi non siamo in Lapponia.”
“Lo so, Bovis. Almeno hai capito quello che ti voglio dive?”
“All’incirca pressappoco un po’ e un po’.”
“Beh, è già qualcosa, Bovis.”
I due agenti segreti si fermarono.
Il primo Boris, era un cagnolino dalla testa rotonda, color vaniglia a pois marroni, dal corpo snello e le zampe agili.
Il secondo Boris, era un galletto bianco, dalle calze penzoloni, il becco tozzo ed un lieve difetto di pronuncia.
Fra i Peluche della camera di T.J. loro due erano, a detta di tutti, i più qualificati per la missione. Boris aveva tutto fuorchè le sembianze da agente segreto, mentre Boris, nonostante difettasse d’agilità, aveva la necessaria prontezza di spirito e intelligenza, quella della quale stava parlando a Boris.
“Pave che siamo avvivati.”
“Non promette bene.”
Il luogo dell’appuntamento era la cucina, sotto alla sedia di T.J., l’ora, le tre di notte. Le loro torce giocattolo allungavano la loro luce sul pavimento, cercando qualcosa che rivelasse la presenza dell’informatore che dovevano incontrare.
Non si vedeva nessuno. Le gambe del tavolo si perdevano in alto, nell’oscurità della cucina. Poi qualcosa attirò l’attenzione di Boris. Qualcosa che cadeva lentamente dall’alto, forse gettato da sopra la sedia.
“Guavda lì. Pave una letteva.”
In effetti, era un rettangolino di carta a quadretti quello che i raggi di luce delle due torce ora rischiaravano.
“Io pensavo che ci saremmo dovuti incontrare con Manila.”
“Mai fidavsi di una gatta”, disse Boris, raccogliendo il pezzettino di carta.

/2/

Il biglietto, scritto con evidente grafia gattesca, tutta graffi e angoli, avvisava loro che Manila aveva avuto uno spiacevole  contrattempo, e non poteva raggiungerli. C’era anche scritto che li aspettava nello studio, quello che veniva soprannominato, appunto, “Il regno della gatta”.
“Chi va là? Fatti vedeve, non ti favemo del male!”
“Davvero?”
“Zitto, Bovis.”
Un esserino minuto, o meglio, la sua testa impaurita, fece capolino da sopra la sedia, illuminata di sbieco da una delle torce.
“Sono qui sono qui!” Il tono di voce era inconfondibile. Quell’esserino dai baffetti frenetici, le zampette minuscole e gli occhi dilatati al massimo, con i resti dell’etichetta ancora attaccati all’orecchio, non poteva che essere Squagg, il servetto di Manila, l’ultimo arrivato. Aveva il pelo grigio e già rovinato, ed era come se fosse perennemente sottoposto ad una scossa elettrica.
“Dì un po’ Squagg, ma non potevate avvisavci pvima?”
Dietro di lui, Boris lo squadrava con sguardo truce, del tutto inconsapevole che aveva il viso immerso nel buio, e Squagg non lo poteva vedere.
Il topolino, per tutta risposta, scese frettolosamente giù per la gamba della sedia.
“Beh sì avremmo potuto ma Manila era furiosa tutto il pomeriggio, e io non ho osato chiederle di scrivere il biglietto e”
Vespiva quando pavli, Squagg. Che cos’è successo a Manila?”
“Eh lo vedrete quando andrete da lei adesso scusatemi ma devo finire di fare alcune cose”
Prima che Boris potesse scattare ed afferrarlo con la sua presa Torci-intestino, Squagg si era già defilato nelle tenebre, fuori dalla cucina, diretto verso chissà quale mansione.
“Ah, quella gatta, così tevvibilmente emotiva.”
“Che facciamo Boris, andiamo?”
“Siamo ancova in sevvizio, Bovis.” Accartocciò il biglietto e lo mise nella sua tasca sotto l’ala. “Finché non sovgevà il Sole, favemo il nostvo doveve.”

/3/

Il granito del salotto rifletteva specularmente le torce dei due agenti segreti, mentre questi sgattaiolavano furtivamente costeggiando il divano, vistosamente segnato dai graffi di Manila.
“Non sono tanto sicuro di voler affrontare una gatta arrabbiata, Boris.”
“Sei sempve il solito Bovis. Non ti fidi fovse delle mie capacità di pevsuasione?”
“Non oserei mai metterle in dubbio, Boris, lo sai.”
“E allova taci, e…”
Il rumore della serratura del portone troncò il suo discorso.
Boris e Boris erano sul lato del divano che dava verso la porta. Entrambi videro la maniglia abbassarsi.
Non c’era tempo. Boris scattò, caricò l’amico sulla sua resistente schiena di cane correndogli sotto, e a perdifiato oltrepassò l’angolo del divano, a torce spente, frenando di colpo sul tappeto. Concluse la loro corsa sotto il tavolino di vetro sul quale il padre di T.J. appoggiava i piedi quando guardava la televisione.
Sentirono i passi delle scarpe col tacco mentre la donna appoggiava la giacca sul divano, e andava in cucina.
Poi non sentirono più nulla. Forse si era messa le ciabatte.
Entrando aveva acceso la piccola lampada all’ingresso, per cui il salotto non era completamente immerso nelle tenebre.
“Che facciamo?” Bisbigliò Boris.
“Non possiamo vischiave che ci veda e ceda all’ivvesistibile impulso di mettevci al nostvo posto in camevetta. Dobbiamo…”
“Ma cosa ha combinato T.J. questa volta?” Sentirono esclamare la voce della donna.
Videro strascicare le sue ciabatte fino al margine del tappeto, poi fermarsi.
Trattenero il respiro mentre la videro chinarsi per raccogliere qualcosa.

/4/

Non si mossero e non emisero alcun suono, mentre la madre di T.J. raccolse una forchetta dal tappeto.
La sua mano era così vicina che da sotto al tavolino riuscivano a distinguere chiaramente il colore dello smalto della donna.
“Chissà a che gioco voleva giocare.” Disse, con un tono tipicamente da mamma, riportando la forchetta in cucina.
Attesero altri minuti, durante i quali la donna andò al bagno, si preparò per la notte, ma non andò a visitare la gatta in terrazza, nonostante sapessero entrambi che le dava mangiare ogni sera, prima di andare a dormire.
“La situazione potvebbe esseve peggiove di quanto pensassimo, Bovis.”
“Mmh”
Quando anche l’ultima luce si fu spenta e non si sentirono più rumori, Boris e Boris riaccesero le loro torce.
“Abbiamo pevso fin tvoppo tempo. Cavicami in gvoppa.”
“Ma sei pesante, Boris. Sapessi la fatica che ho fatto prima.”
“Non tevgivevsave, Bovis.”
Il cagnolino obbedì, e come una sorta di furgoncino dagli abbaglianti fari, trottò oltre il divano, verso la porta a vetri che conduceva al Regno della gatta.
Chiusa, e dentro era buio pesto. I raggi di luce delle torce erano riflessi dal vetro della porta.
“Che seccatuva.”
Boris prese a sbattere le sue ali tozze, e, boccheggiando, volò fino alla maniglia della porta, e vi si appese per abbassarla.
“Affevami al volo, Bovis!”
Il cagnolino non fece in tempo a dire nulla che il galletto gli stava già rovinando addosso. Con colpo d’occhio e precisione, saltò al momento giusto nel punto giusto, e Boris gli atterrò a cavalcioni sulla schiena, incolume.
“Non perdo colpi, Boris, devi ammetterlo.”
“Siamo sempve i migliovi, dopotutto, Bovis.”
Non appena entrati, si aspettavano che Manila si precipitasse loro addosso, o che tendesse loro un agguato, com’era solita fare ad ogni loro incontro.
Ma tutto era silenzio.
“Manila? Siamo noi, Bovis e Bovis!”
“Qui, inutile surrogato di funzionale coppia di agenti segreti.” La sua voce era roca e fredda. “Nella deliziosa gabbia che troneggia sotto le fronde di un’altrettanto deliziosa pianta di Ficus”.
“Dobbiamo farlo per forza, Boris?” Sussurrò il cagnolino alle orecchie del collega.
“Tu vimani qui, se hai pauva.”
Dopo averci pensato un istante, Boris annuì. “Ok. Farò la…ehm…guardia alla porta.” Trotterellò vicino alla porta a vetri, non osando puntare in giro la torcia, con il terrore di incrociare lo sguardo di Manila.
Il galletto, dopo aver lanciato una non vista occhiattaccia al collega, illuminando con la torcia unicamente un cerchio di pavimento grigio, si preparò all’incontro con Manila, la gatta in gabbia.

/5/

La gabbietta inglobava la luce della torcia, facendo sentire Boris ancor più immerso nell’oscurità del Regno di Manila.
“Ho aspettato, e ho aspettato ancora. Fossi stato uno stupido cane avrei cominciato a mordermi la coda per l’impazienza, Agente scelto Boris.”
“La madve di T.J. stava per sovpvendevci, abbiamo dovuto pvendeve una deviazione. Siamo avvivati pvima possibile.”
Manila si fece avanti. I suoi occhi, che alla luce intensa della torcia divennero due fessure serpentesche, erano verdi come smeraldi, ma vederseli puntare addosso era non più piacevole che essere minacciati da una fiamma ossidrica. Il pelo corto li faceva risaltare ancora di più.
“Boris, caro” Disse, e per un attimo la sua voce pareva compiacente. Per un attimo.”Credi davvero che a me delle vostre scuse importi qualcosa?. Non avete idea della gravità della situazione.”
“Siamo qui pev questo, infatti.” Boris era imperturbabile.” Squagg non ha voluto spiegavci null’altvo, se non che l’incontvo eva stato spostato qui.”
“Così ho chiesto di agire, a quel pupazzetto da mercatino delle pulci. La situazione è che T.J. sta per avere ospiti. Da quello che ho potuto sentire, domani sera arriverà la sua cuginetta. La nostra amorevole padrona di casa ha intenzione di regalarci tutti a lei.”
“Cosa?” Boris spuntò dalle tenebre, dimenticandosi della paura che la gatta scatenava in lui. “Vuole darci via?”
“Domani pomeriggio stesso ha intenzione di inscatolarvi tutti, senza distinzione fra peluche e Barbie. Il vostro scopo, Agenti Scelti, è fermarla.”

/6/

Boris non ebbe il tempo di finire di stupirsi, che si sentì una voce, vicina in maniera terrificante, che proveniva da qualche parte in alto.
“Visto? La finestra è aperta.”
“La gente ha proprio smesso di essere prudente.”
Boris e Boris avrebbero voluto scappare e nascondersi, ma alla vista di una mano con dei guanti neri spuntare in alto, vicino alla finestra, illuminata dalla luce di una torcia non loro, rimasero impietriti.
Riuscirono solo a spegnere le torce e fingersi inanimati, mentre due ladri, equipaggiati con ventose per arrampicarsi, entrarono dalla finestra, senza fare alcun rumore, come se levitassero a qualche centimetro da terra.
Con le loro luci perlustrarono il Regno della Gatta. Poi uno di loro fece un passo, pestando l’ala di Boris, che dovette soffocare un gemito.
“Che accidenti ho pestato?”
Una luce accecante colpì Boris in pieno viso. Non vide più nulla.
“Guarda un po’ qui” Sussurrò al suo complice, raccogliendo Boris, puntandogli sempre la luce addosso.
“Pensi che abbiamo tempo da perdere?” Boris sentì uno strattone, ma non vedeva ancora nulla. Non avvertì più nessun contatto con le mani del ladro, e l’aria gli sferzava la faccia. “E non metterti a piangere adesso, abbiamo del lavoro da fare.” Boris sentì però che la voce del ladro era lontanissima. E si sentiva cadere, ma il pavimento non arrivava.
Poi i suoi occhi si riabituarono, vide il terzo piano allontanarsi ad una velocità spaventosa, provò a sbattere le ali ma era inutile, e non aveva senso gridare aiuto.
Precipitò sul prato umido. Un grillo si spaventò e saltò via.

/7/

Boris non vide Boris mentre veniva scaraventato fuori dalla finestra.
Dalla posizione in cui era, vedeva le scarpe nere dei ladri muoversi senza fare rumore.
Senza parlare, i due stavano uscendo dalla terrazza.
Non appena furono in salotto, si mosse. Una strana risolutezza si era impadronita di lui.
Andò davanti alla gabbia di Manila. “Come si apre?” Le sussurrò.
Lei non esitò a rispondergli. “Oh, quante volte nella mia vita ho represso l’istinto di mordere stinchi. Qui a destra, devi sollevare questo gancino metallico.”
Boris ubbidì, saltellando per via delle zampe tozze. Immediatamente Manila sgusciò fuori, con eleganza, e per quanto fosse buio, Boris era sicuro di aver visto una luce fiammeggiare nei suoi occhi.
Mentre Manila usciva, lui si domandò quale sarebbe potuta essere la sua prossima mossa. Doveva prima di tutto recuperare la sua torcia.
Cercò a tentoni lì attorno, fino a quando le sue zampe sfiorarono qualcosa di metallico. Era lei.
La accese, e in quel momento accaddero molte cose.
Si sentirono le grida di dolore e sorpresa dei due ladri, qualcosa che cadeva frantumandosi a terra e poi, con un rumore assordante, il citofono che gracchiava e gracchiava come una civetta in una notte di caccia.

/8/

Boris si rialzò. Il volo l’aveva scombussolato più mentalmente che fisicamente.
Non c’era nemmeno un istante da perdere. Doveva attivare la procedura “Brack”.
Corse goffamente sull’erba, sul marciapiede e infine sotto il portico del palazzo. L’umidità lo fece scivolare fino al tappeto davanti alla porta.
La luce della scala era spenta, ma il lampione in fondo alla strada mandava i suoi bagliori arancioni fino a lì.
Con dei poderosi colpi d’ali, si alzò al livello del citofono, trovò quello dell’appartamento di T.J. e suonò con insistenza, fino a che non perse l’equilibrio, e cadde sul tappeto, sollevando un nugolo di polvere.
Si rialzò immediatamente. Frugando nella piccola tasca sotto l’ala, oltre al biglietto di Manila trovò la chiave per le emergenze. La tenne stretta nel becco, mentre di nuovo si alzava in volo. Con le ultime forze, si appese alla maniglia, e vi si issò sopra. Se qualcuno avesse sceso le scale in quel momento, sarebbe finita. Ma la Luce rimase spenta, così decise di non perdere altro tempo.
Calando un’ala verso la serratura della porta del condominio, sussurrò fra sè e sè:” Tve givi a destva”, e con un’abile contorsione, riuscì ad aprire la porta. Ora si trattava di spingerla ed entrare.
Saltò giù dalla maniglia e planò dolcemente sullo zerbino. Rimise nel taschino sotto l’ala la chiave e spinse la porta di vetro con tutte le sue forze. Sarebbe bastato un piccolissimo spiraglio per passare. Pensava che non ce l’avrebbe fatta, quando sentì che i suoi sforzi gli conferirono una spinta in avanti, e in un attimo stava ruzzolando sul tappeto dell’ingresso.
Tre piani di scale lo attendevano.

/9/

Manila non aspettò un secondo quando Boris aprì la porta della sua squallida e comunque temporanea prigione.
Aveva rabbia da liberare, e finalmente qualcuno su cui sfogarla che non fosse Squagg, o l’angolo in fondo a destra del divano, il suo preferito da sempre.
Con la sua vista, sarebbe riuscita ad individuarli anche se avessero tenuto le torce spente.
Camminavano piano, e lei li seguiva con passi felpati, in posizione d’agguato, pronta a saltare.
Approfittò del momento in cui uno dei due apriva il primo cassetto, per spiccare il balzo, spianando gli artigli e graffiandogli il polpaccio. Sentì che aveva lacerato la carne piuttosto in profondità, mentre il ladro si lasciava sfuggire un gemito di dolore, per poi tentare di sferrarle un calcio, mancandola, ma urtando la gamba del tavolino, facendo cadere una delle ballerine di ceramica della madre di T.J. che volò oltre il tappeto e si infranse. Senza perdere un secondo, si avventò anche sulle gambe dell’altro, che non riusciì ad evitarla, e questa volta morse.
Nello stesso istante, il citofono suonò ripetutamente.
Questo la distrasse. Il ladro che aveva morso l’afferrò per la coda, mentre l’altro si guardava intorno senza sapere che fare.
Si sentì la porta della camera della madre di T.J. aprirsi, e lei fece la sua comparsa nel corridoio, dopo aver acceso la luce.
Guardando i ladri, non riuscì a muovere un muscolo. Quello che Manila aveva graffiato colse l’occasione per avvicinarsi a lei, pronto a colpirla con un manganello che aveva estratto dalla cintura.
Manila tirò. Con una smorfia di dolore, riuscì a liberarare la coda dalla presa del ladro, saltò sul mobile della credenza, proprio fra il ladro e la madre di T.J., e ancora una volta spiccò il balzo con gli artigli spianati, questa volta contro il viso del ladro.
Ma questa volta l’uomo fu più veloce di lei. Mentre la madre di T.J. gridava, il ladro calò il manganello con forza sulla schiena di Manila. Si sentì un suono orribile di ossa spezzate, e la gatta precipitò a terra.
Quello che accadde dopo non lo seppe mai. Rimase lì a terra, e tutto quello che vedeva era il suo angolo preferito di divano, il tavolino di vetro e i cocci della ballerina caduta.
Il frastuono che regnava in casa copriva un suono che nessuno prima d’ora aveva mai sentito.
Manila stava facendo le fusa.

/10/

Boris volava.
La fatica che stava facendo era tantissima, ma sentiva che il tempo stava scorrendo fin troppo velocemente, in sua assenza.
Non osava pensare alle conseguenze, se qualcuno avesse deciso di scendere per le scale in quel momento, tuttavia sapeva che era abbastanza improbabile.
Si teneva vicino al corrimano, in caso non c’è l’avesse più fatta.
Era arrivato al terzo piano, e stava pensando ad un modo per aprire il portone, visto che l’unica chiave che possedeva era quella dell’uscio al pianterreno, quando la soluzione si presentò squittendo davanti ai suoi occhi.
Squagg correva come un pazzo, emettendo versi convulsi, davanti allo zerbino sul pianerottolo. La sua coda sbatteva ovunque senza sosta.
Non appena vide Boris atterrare davanti a lui, gli saltò addosso in preda ad un’euforia solo in parte mitigata dal panico, e gli gridò addosso un fiume di parole che l’agente segreto non tentò nemmeno di ascoltare. Stava facendo un chiasso terribile.
“Taci, stupido vatto!” Lui tacque. Come un pupazzo, come di fatto era, senza una volontà propria.
“Come sei uscito?”
“La grata dietro di te dallo sgabuzzino sono sgattaiolato ho visto che eri caduto e volevo darti una mano perchè”
“Ho capito, ho capito, gvazie”. Boris individuò immediatamente la grata. Come aveva fatto a non pensarci? Era ad altezza perfetta, e sbucava nello sgabuzzino, proprio di fianco all’ingresso. “Andiamo, pvesto.”
Era inutile pensare a quello che poteva essere successo.
Ora l’avrebbe verificato.
La porta dello sgabuzzino era chiaramente aperta, e questo fu quello che vide.
Manila stesa immobile all’angolo del divano.
I due ladri, uno dei quali armati di manganello, avanzare a piccoli passi verso la madre di T.J., rannicchiata in un angolo della stanza.
Poi, con sua somma sorpresa, vide Boris, che non si era accorto che lui e Squagg erano usciti dallo sgabuzzino, correre con la torcia in bocca in direzione dei due ladri, fermarsi davanti a loro, e, con un tono di voce che non gli aveva mai sentito usare prima d’ora, gridare loro contro:”Fermatevi, vigliacchi!”

/11/

I ladri rimasero impietriti nel vedere quel cane di peluche che li rimproverava brandendo contro di loro una torcia. La madre di T.J. si era portata una mano alla bocca, sconvolta.
“Ma che gli ha pveso?” Sbottò Boris. Poi gli venne un’idea. “Seguimi Squagg, hai un’occasione di vendevti utile.”
Incredibilmente senza fiatare, il topo lo seguì. Boris corse verso i ladri, puntando la torcia negli occhi di quello più vicino.
Quando si accorse di lui, Boris ammutolì. Per un attimo i loro sguardi si incrociarono. Fu sufficiente perché capissero le rispettive intenzioni.
Il cagnolino si mise a correre fra le gambe dei ladri, strattonando il bordo dei loro pantaloni. Questi provarono a pestarlo, senza riuscirci.
“Squagg” Ordinò il galletto. “Covvi al secondo cassetto della cvedenza davanti a te e buttami lo spago! Sbvigati!”
“Corro.” E corse.
Tempo quindici secondi e entrambi i Boris, muniti di un resistente spago, correvano fra le gambe dei ladri, schivando maldestri colpi di manganello e temibili pestoni, finchè il piano non fu completo.
Con un grido di sorpresa, quasi contemporaneamente i due ladri caddero a terra. Boris non perse tempo. Afferrò uno dei manganelli dal laccetto e corse dalla madre di T.J.
“Signova, non c’è tempo da pevdeve! Li stovdisca con questo! Non abbia pauva!”
Forse a lei sembrava un sogno, tuttavia si chinò e afferrò con forza il manganello.
Poi, più e più volte, colpì.

La madre di T.J. non diede mai via i suoi vecchi giocattoli. Si inventò la scusa che il bambino ci era troppo affezionato, e adesso che la gatta non c’era più, sarebbe stato un duro colpo. Boris e Boris vennero promossi di grado, e forniti di una medaglia, che altro non era che una spilla. Una fu riposta sotto l’ala, l’altra appuntata con orgoglio su un piccolo buco nella stoffa. C’era disegnato il simbolo di una torcia.
Manila fu sepolta nel cimitero degli animali. Una volta, la madre di T.J. ce li portò, loro e Squagg, e li lasciò soli qualche tempo di fronte alla piccola tomba, controllando che non arrivasse nessuno.
Squagg singhiozzava, non potendo piangere, continuava a ripetere qualche litania lamentosa sottovoce.
Boris e Boris non ci pensarono un istante.
Lasciarono lì le loro spille, e la foto del nuovo gattino comprato dalla madre di T.J.
Boris, l’hanno chiamato. Avrebbe potuto tranquillamente essere suo figlio.

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