Archive for ‘My stories’

10 aprile 2012

La storia di Francois, fine

L’ultimo luogo.
Non potevano esserci alternative, Amelie doveva essere lì.
Francois aveva girato il mondo, seguendo passo per passo la mappa che tanto tempo fa lui e Amelie avevano rinchiuso in quel ciondolo.
Il tempo che aveva impiegato a ritrovarlo… A volte non aveva nemmeno ben chiaro quanto ne era passato. Aveva setacciato ogni piccolo negozietto, perlustrando ogni angolo polveroso dove poteva essere finito, passando di mano in mano.
 Ancora faticava a capacitarsi di come avesse potuto venderlo, così all’improvviso, come se volesse cancellare ogni ricordo dei viaggi fatti insieme. Ma era impossibile dimenticare.
Con la mano tremante, aprì la porta della vecchia casa. Si aspettava di trovare un giovane, come negli altri posti, ma apparentemente non c’era nessuno, da molto tempo. I mobili erano ricoperti da un telo di plastica, a sua volta nascosto sotto un velo di polvere. Il pavimento scricchiolava desolato sotto i suoi passi, e la solitudine lo avvolgeva.
Nessuno venne ad accoglierlo buttandogli le braccia al collo, com’era solita fare Amelie quando la andava a trovare a casa. Nessuna corsa affannata giù per le scale. Solo un ragno che tesseva la sua tela indisturbato.
Francois ci pensò un attimo, si tolse il cappello e lo strinse forte nella mano sinistra, per farsi coraggio. Improvvisamente sentiva che tutta la vecchiaia gli era piombata sulle spalle. Salì le scale, appoggiandosi passo passo al suo bastone, poi, arrivato davanti alla porta della stanza di Amelie, si fermò di nuovo. Aveva il respiro pesante, un terribile presentimento incombente, la vista che gli sfarfallava.
La aprì, rimanendo fuori dalla stanza. Anche lì era tutto quanto coperto, a parte qualcosa sul letto. Era uno di quei moderni apparecchi, come quello a cui era attaccato il ragazzo del negozio dove aveva recuperato il ciondolo.
Si avvicinò di qualche passo, lasciando impronte nella polvere, e quando fu a meno di un metro l’apparecchio si accese, e davanti a lui c’era il viso di Amelie, di una Amelie più vecchia di come la ricordava, e certamente più triste.
Fece per parlare, ma lei lo precedette.
“Francois, amore mio.” Stava facendo di tutto per evitare di piangere. Riusciva a vedere gli sforzi del suo viso. “Devo dirti una cosa. E tu devi ascoltarmi con molta attenzione, perché non potrò ripeterlo. Questo messaggio si cancellerà una volta finito, e tu non mi vedrai più.”
Il cappello nella mano sinistra di Francois era ridotto a un mucchietto di tela, mentre lui in piedi se ne stava davanti a quell’apparecchio, guardando Amelie negli occhi, eppure non vedendola.
“Tu sei morto, tanto tempo fa. Fu tremendo per me. Insieme ne avevamo… ” Si fermò, inspirò a fondo, ma ancora non piangeva. “Insieme ne avevamo passate tante. Non riuscivo a mangiare, o a dormire. Riuscivo solo a rifugiarmi nel ricordo. Ben presto però anche i ricordi divennero troppo dolorosi. Allora mi sbarazzai del ciondolo.” Il cappello di Francois cadde a terra, ma lui continuava a stringere l’aria come se potesse sostenerlo.
“Fu doloroso, e terribile, come abbandonare un figlio, ma non potevo continuare a vederlo, ad aprire il cassetto in cui l’avevo chiuso e a stringerlo nelle mani, tutto il giorno, tutti i giorni. Per qualche tempo fu sufficiente. Ebbi l’illusione di aver ricominciato a vivere. Con il tempo diventai anche molto ricca e influente, mentre tu scivolavi nei recessi della mia mente. Poi un giorno da un armadio scivolò fuori una nostra fotografia.” Il suo sguardo si perse per un istante, forse immaginando nella sua mente quella foto.” E i progressi che avevo fatto furono inutili. Tu tornasti a vivere con forza nei miei ricordi. Così tanto che… che sei in qualche modo tornato in vita.” Ora capiva molte cose. Trovò risposte a domande che non si era mai fatto. Continuò a fissare Amelie, ipnotizzato.
“Mi organizzai. Negli anni avevo accumulato moltissime risorse e sapevo che c’era un solo modo perché tu non tornassi a tormentare il mio cuore. Dovevo andarmene lontano, in un posto che non fosse nei nostri ricordi. Sapevo che mi avresti cercato, che avresti per prima cosa cercato il ciondolo con quella che era la mappa della nostra vita passata insieme, e allora presi la decisione…” Guardò in alto, attorno a lei, come cercando conforto per le sue azioni. “Mi trasferii in un posto che era impossibile fosse nei nostri ricordi, un posto che avevamo solo sognato, dal quale nel frattempo avrei osservato le tue azioni. La Luna. So che proverai a venire qui, ma non puoi. Tu sei solo un ricordo, e qui non potresti esistere, perché non abbiamo ricordi qui.” Cercò di sorridere, ma il risultato fu un viso ancora più triste.
“Francois… Il tempo a mia disposizione è finito.” Tacque per qualche istante, guardandolo, eppure non vedendolo. Poi ci fu un solo sospiro:” Addio.”, e l’apparecchio si spense.
Non c’era più niente che potesse fare lì. In silenzio, piano, raccolse il cappello, tolse la polvere che vi era caduta sopra, e lo mise in testa. Si appoggiò al bastone, e passo dopo passo, scese le scale. La porta di casa era ancora aperta come quando era arrivato.
Fece un passo, nel sole abbagliante del tramonto, fuori da lì.
Fu il suo ultimo, e poi di lui non rimase nemmeno il ricordo. 

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6 marzo 2012

La storia di Francois, capitolo decimo

Le stelle.
Attraverso la cupola di vetro nell’osservatorio della sua villa, Madame le poteva vedere, infinite macchie di luce pulsanti.
Lì dove si trovava la notte era eterna. Non c’era atmosfera, e il cielo era sempre buio.
Margot, seduta al suo fianco, guardava anche lei verso l’alto, scodinzolando allegra.
In quel cielo, oltre alle stelle, c’era anche la Terra. La si vedeva bene, con il suo mare, e i suoi continenti e nuvole come stracci che le si avvolgevano attorno.
Era laggiù, Francois, a cercarla, guidato dalla mappa trovata in quel vecchio medaglione, la mappa di tutti i luoghi, sparsi per il mondo, che avevano visitato insieme.
Solo uno gliene rimaneva, il più importante di tutti. Madame lo sentiva, sarebbe andato lì per ultimo.
Forse aveva sopravvalutato la capacità dei suoi collaboratori: come potevano catturarlo, così sfuggente, così misterioso? O forse aveva sottovalutato le abilità di Francois, o meglio, le ignorava. Ripensandoci, non aveva la minima idea di quello a cui era andata incontro, quando tutto quella storia era cominciata.
Presto, tuttavia, sarebbe finita. Doveva finire, non c’era altra scelta, non poteva continuare a vivere con quel peso.
“Francois, amore mio” disse, sottovoce, facendo tuttavia voltare Margot con occhi ora tristi. “Mio folle Francois. Presto avrai la pace.”
 

2 febbraio 2012

La storia di Francois, capitolo nono

L’oceano era immenso, davanti e tutto intorno a lui.
L’acqua avvolgeva il corpo nudo di Bradley come una seconda pelle, muovendosi con lui bracciata dopo bracciata, onda dopo onda.
Fresca e amorevole, lo conduceva dove lui voleva, direttamente sopra la barriera corallina che circondava l’atollo sperduto in cui si trovava.
Non esisteva altro luogo in cui avrebbe voluto essere. Quello era il suo banale desiderio di libertà: poter nuotare in quelle acque limpide, in pieno contatto con la natura.
Solo un piccolo particolare andava contro a quel tipo di vita selvaggia: il sofisticatissimo radar impermeabile che portava al polso, con un pannello solare integrato per non scaricarsi e con una rilevazione satellitare continua della zona. Era impossibile che quel vecchio potesse sfuggirgli, conosceva ogni fondale di quel piccolo arcipelago, dovunque si fosse presentato lui l’avrebbe trovato in poche bracciate e l’avrebbe acciuffato come fa con i pesci.
Quasi bevve quando si scontrò contro un paio di scarpe che galleggiavano sulla superficie dell’acqua.
Prima che potesse chiedersi da dove mai venissero, alzò lo sguardo e vide qualcosa che andava oltre a quello per cui si era preparato.
Il vecchio era sopra di lui, la sua ombra si vedeva chiaramente sul fondale, 3 metri più in basso, ed era in piedi sull’acqua, appoggiato a un bastone da passeggio.
Lo guardava sorridendo, e assurdamente il primo pensiero di Bradley fu quello di coprirsi le parti intime.
“Ah, sai ragazzo, non devi vergognarti.” Gli disse, gentile. La voce era come se provenisse dal fondo dell’oceano. “Anch’io alla tua età, moltissimo tempo fa, amavo nuotare come mamma mi ha fatto. È una sensazione unica, direi quasi ancestrale, non trovi?”
Bradley non riuscì a rispondergli. Il vecchio gli toccò il radar da polso, che cicalava impazzito, e questo si slacciò dal suo polso e lentamente andò a posarsi sulla sabbia, al fianco di una stella marina.
“Il momento è ormai giunto, figliolo. Quello non ti servirà più.” Disse, e poi fu come se una secchiata d’acqua piovesse dal cielo, per poi scomparire. 

9 gennaio 2012

La storia di Francois, capitolo ottavo

Baku non soffriva il caldo.
Era capace di sdraiarsi al sole, per ore, come una lucertola, e rimanere immobile. Non lo faceva per abbronzarsi, essendo di colore non ne aveva bisogno; quello era il suo modo di astrarsi, di viaggiare lontano dall’arido deserto in cui era confinato.
Fra quelle dune, che durante la notte si spostavano furtive, mosse dal vento, si nascondeva il suo bunker sotterraneo, da cui teneva sotto controllo chilometri e chilometri di deserto, in cui non c’era nient’altro che sabbia.
Non riusciva nemmeno lontanamente a immaginare perché un luogo talmente remoto e isolato dovesse suscitare qualche interesse, ma Baku alla fin fine non se ne curava più di tanto. Lui meditava, pensava a quello che la vita gli avrebbe riservato da lì a qualche anno. Non sarebbe certamente rimasto nel deserto. Avrebbe girato per il mondo, visto cose che i suoi genitori nemmeno si sognavano, e poi…
Ci fu una folata improvvisa di un vento gelido che gli fece venire la pelle d’oca.
Non aveva senso, quelle erano le ore più calde della giornata, eppure lo sentiva sulla pelle, come mille aghi, quasi si trovasse sull’altissima cima di una montagna. Sapeva che agli altri erano successe cose di quel genere, quindi si mise in guardia, impugnando saldamente la cerbottana che teneva appesa al fianco.
Non ebbe nemmeno il tempo di percepirne il movimento, che il vecchio gli apparve davanti. Appoggiato al bastone, vestito di tutto punto nonostante fossero nel mezzo del deserto. Dietro di lui, nitide, si stagliavano altissime torri, la cui cima scompariva alla vista oltre le nuvole, e poi apparve un’enorme vallata, e un fiume, e fiori e alberi che ondeggiavano al vento.
Il vecchio guardò Baku, completamente smarrito, dritto negli occhi, e allargò il viso in un sorriso al tempo stesso amabile e terrificante.
“Questo non lo vedrai nemmeno nei tuoi sogni più audaci” disse, e la sua voce sembrava vecchia di secoli.
Passarono così alcuni secondi, poi il vento cessò, e la vista si perdeva soltanto in un’infinita distesa di sabbia. 

7 dicembre 2011

La storia di Francois, capitolo settimo

Nella risaia era una giornata nebbiosa.
Xian la vedeva salire, la nebbia, lenta e spettrale, come fumo da una sigaretta.
La sua vecchia nonna, quando era ancora in vita e lui era solo un bambino, gli raccontava storie terribili riguardo agli spiriti che si nascondevano nella nebbia; in cerca solo di compagnia alcuni, ma la maggior parte assetati di vendetta.
Xian era cresciuto ora, di sua nonna conservava solo un vecchio maglione che le aveva fatto lei con le sue mani tremanti, ma qualcosa di quei racconti si era insinuato nel profondo del suo cervello, e non era mai riuscito a scacciarlo del tutto.
Era per quello che, mentre la nebbia saliva attorno al suo rifugio tecnologicamente fuori luogo in quella risaia, anche la paura saliva in lui, una paura senza tempo.
Ci fu un bip sui monitor, che lo fece trasalire. C’era una luce fissa, e il punto era proprio davanti al suo rifugio.
Afferrò la pistola caricata a dardi stordenti, la studiò un paio di secondi, e la mise nella fondina. Era al corrente di quanto successo ai suoi collaboratori, ma non aveva di come affrontarlo.
Quando uscì, gli mancò il fiato. Era fermo a pochi passi da lui, e lo guardava, con i suoi occhi azzurri.
In essi vedeva una luce che gli ricordò quelli di sua nonna. E poi, inaspettatamente, fu letteralmente invaso dai ricordi della sua infanzia, di cose che nemmeno sapeva, di cose sepolte in un angolo e poi lasciate a lì. Negli occhi azzurri di quel vecchio, fermo nella nebbia, appoggiato al suo bastone, con l’acqua della risaia che gli arrivava poco sopra le caviglie, rivide tutta la sua vita.
Lentamente, gli si avvicinò, ma Xian quasi non se ne curava, tanto era assorto. Gli aprì la mano, e gli diede un oggetto piccolissimo, un chicco di riso.
Fece un largo sorriso, e l’istante successivo c’era solo nebbia. 

17 novembre 2011

La storia di Francois, capitolo sesto

La skyline di New York si delineava contro il sole del tramonto, mentre sotto di lui un labirinto intricato e senza fine apparente inghiottiva vite intere, come la sua. Daniel, dall’alto della sua postazione di controllo,  all’ennesimo piano di un grattacielo senza nome, non si sentiva altro che un puntino, un piccolo pixel su un megaschermo di Time Square. Oh, era perfettamente consapevole di non essere l’unico, che il suo problema, se così si poteva chiamare, era solo una perdita di tempo, di pensieri che poteva dedicare ad altro.
Solo, non poteva farci niente. Quel suo stato d’animo si intrecciava con lui in una danza che non gli lasciava respiro, e così sarebbe stato sempre.
Così, quando si accesero tutte in coro le luci di segnalazione, come se quel vecchio fosse comparso contemporaneamente in ogni quartiere di New York, Daniel quasi non reagì, forse invidioso di quante attenzioni riceveva quell’uomo che per lui era insignificante.
Premendo qualche pulsante fece spegnere le lucette dei monitor sul suo pannello di controllo, indeciso sul da farsi. Non era stato preparato per una situazione del genere. E comunque tutto era inutile. Sapeva che anche i suoi colleghi avevano fallito, quali speranze avrebbe mai avuto lui?
Così prese il suo sgabello, lo posizionò davanti alla finestra, che occupava tutto la parete, e guardò finire il tramonto.
Non poteva accorgersi che le luci del grattacielo in cui si trovava erano state accese o spente in modo da formare un simbolo, sconosciuto ai più, ma che per qualcun’altro invece aveva un significato mai dimenticato. 

2 novembre 2011

La storia di Francois, capitolo quinto

C’erano poche cose di cui Jean aveva paura.
Non aveva paura del buio, anzi, lo rispettava. Non temeva nemmeno gli insetti, e adorava tutti i ragni. Nemmeno la solitudine lo spaventava.
Tuttavia, c’era qualcosa che gli faceva venire i brividi: il silenzio.
Quando era a casa da solo, teneva sempre lo stereo acceso, anche al minimo, tanto per avere una musica di sottofondo. La notte dormiva con la finestra aperta, o con la televisione accesa, altrimenti non riusciva a chiudere occhio.
Per questo quando Madame gli aveva detto che il luogo dove sarebbe dovuto andare era la foresta amazzonica, aveva accettato senza indugi.
In quella giungla non esisteva silenzio. Ovunque era il verso gracchiante di un uccello, o l’urlo acuto di una scimmia, o il frusciare delle foglie, o il gorgogliare dell’acqua, in qualsiasi momento della giornata. Per certi versi c’erano molti più rumori che in città.
Quello che però successe quella notte se lo sarebbe ricordato per molto tempo a venire.
Si stava concedendo qualche ora di sonno, quando gli allarmi cominciarono a squillare impazziti. Lì, nel bel mezzo della giungla, la sua base era attrezzatissima, collegata a svariati sensori sparsi in ogni dove nella foresta. Quello che si era risvegliato riguardava esattamente il quadrante dove si trovava la base. Poteva essere una coincidenza, ma l’istinto maturato nel tempo passato laggiù gli suggeriva il contrario.
Imbracciò il fucile, caricato con sedativi, e uscì. Sulla soglia, con un piede già fuori, si fermò, e così fece il suo cuore, per alcuni interminabili istanti.
Non si sentiva nulla. La giungla era avvolta in un silenzio così innaturale che pensò di essere diventato sordo. Gli bastò schioccare le dita per capire che non era così, e che tutt’intorno a lui ogni cosa taceva. Era impossibile, ogni oltre comprensione, ma non poteva farci niente.
Avanzò qualche passo, cercando di fare più rumore che poteva, ma era come se tutto fosse ovattato, rendendo i suoi movimenti soffici come quelli di una ballerina.
Ci fu un bagliore, alla sua destra. Puntò il raggio della torcia, appesa al taschino, in quella direzione, ma non c’era nulla.
Strinse più saldamente il fucile e continuò a vagare senza meta, finché non arrivò a una radura. Per terra c’era una vecchia foto, ma non fece in tempo a raccoglierla che volò via.
In quel momento tutti i rumori della foresta lo colpirono all’improvviso come un’esplosione. 

12 ottobre 2011

La storia di Francois, capitolo quarto

La cosa ironica era che Karl aveva sempre odiato il freddo.
Non era una di quelle persone che aspettano con ansia l’arrivo dell’inverno, che non vedono l’ora di togliere dall’armadio tutte le t-shirt e le camicie hawaiane, tutt’altro.
Tuttavia eccolo lì, nel bel mezzo del nulla più congelato del mondo, in attesa dell’arrivo di un vecchietto che per qualche ragione interessava tanto a Madame. L’unico modo in cui poteva arrivare lì era volando, e infatti Karl stava monitorando da giorni il traffico aereo, senza fortuna.
Che poi chissà per quale motivo Madame pensava che sarebbe venuto per primo proprio lì, il luogo più inospitale e inaccessibile di tutti.
Stava quasi per addormentarsi davanti al monitor, imbacuccato nella sua tuta a  triplo strato, quando sul radar apparve un punto luminoso. Fu rapidissimo, durò poco più di un secondo, ma c’era stato, Karl ne era sicuro.
La zona in cui era apparso era… quella stessa base! Fuori il cielo era sereno, era uno di quei rari giorni in cui non nevicava, e se un aereo fosse atterrato nella pista appena lì fuori se ne sarebbe certamente accorto, e invece non era volata una mosca.
Stava per prendere in considerazione l’idea di andare fuori a controllare, quando sul radar riapparse lo stesso puntino, che velocemente scomparve dalla zona, diretto verso Nord.
Karl allora si precipitò fuori, incespicando nelle coperte che gli erano cadute ai piedi. Fu travolto da un gelo intenso, ma poi la sua attenzione fu catturata da qualcosa che non si poteva spiegare.
C’era una scritta, sulla neve. Sembrava stata fatta con un bastone.
Diceva:” Se leggi questo messaggio, sai che sto arrivando da te. Aspettami. F.” 

 

26 settembre 2011

La storia di Francois, capitolo terzo

A madame bastò toccare un tasto, e un gigantesco schermo riempì di luce il salone della sua villa.
Lei, che non era refrattaria alla tecnologia, aveva progettato quel sofisticatissimo sistema di sorveglianza proprio in vista di quel giorno.
Sullo schermo, diviso in sette quadranti, uno per continente, erano proiettate le immagini dei suoi agenti dislocati nel mondo.
Al contrario dei suoi altri collaboratori, loro erano giovani, scattanti, vigili e sicuri di sé. Ora guardavano nella telecamera davanti a loro, guardavano lei, in attesa di istruzioni.
Lei parlò, solenne, imperiosa. “L’oggetto è stato trovato. Non c’è dubbio che sia stato
lui, a trovarlo.” Tanti piccoli accenni di assenso sparsi per il mondo. “È estremamente probabile che visiterà ognuna delle vostre zone di competenza. Sentitevi liberi di rintracciarlo con qualsiasi mezzo, e ricordate che la priorità assoluta è che non sappia di essere seguito fino a che non l’avremo preso. Tutto chiaro?” Altre teste che annuirono. Nessuno osò dire una parola. Madame si rivolse a quello più a destra, visibilmente infreddolito e indisposto. “Karl, ho il sentore che come prima tappa sceglierà la tua zona.” Gli concesse un sorriso indulgente. “Come vedi, non è stato inutile il tuo soggiorno in quelle terre fredde e inospitali. Conto su di te.”  Senza prendere il disturbo di salutare, Madame chiuse la comunicazione, facendo precipitare ancora una volta nel buio la grande sala.
Margot sgusciò fuori dalla sua cuccia e le si appallottolò sui piedi, come per farsi perdonare qualcosa.
Madame si alzò in piedi, allungando una mano sulla testa di Margot, che ringraziò con un borbottio allegro, e si avvicinò alla finestra.
Tutta quella vastità, là fuori. Tutta quella solitudine.
Forse, stava per finire.