Archive for ‘Dreams’

26 febbraio 2013

Sotto il lenzuolo

“Sì, è lei.”
Dico, ed è forse più doloroso che partorire. Dopo, velocemente come lo ha abbassato, l’uomo dell’obitorio, con la faccia desolatamente neutra, rialza il lenzuolo fino a coprire nuovamente il viso di mia figlia. Nella mente, fugace, si fa strada il pensiero che questa sarà una delle ultime volte che lo vedrò dal vero, forse proprio l’ultima.
“Mi dispiace moltissimo.” Dice l’uomo, ma la sua faccia è quella di qualcuno che è indeciso se comprare una baguette o una ciabatta al banco del pane. Annuisco in silenzio, con un fazzoletto mi asciugo gli occhi, il perfetto stereotipo di madre affranta, quale effettivamente sono.
Mi accompagna fuori da quel luogo freddo e inospitale, ripercorriamo il corridoio che nemmeno due minuti prima avevo attraversato con il cuore in frantumi, lacerato dal terrore, e tenuto insieme solo da una tenue speranza che è evaporata più velocemente di un fiocco di neve all’inferno, e infine eccomi nuovamente nel mondo esterno, avvolta da una luminosa e caldissima giornata estiva, che mi asciuga le lacrime prima che arrivino a cadermi dalle guance.
Rimango ferma lì, a lungo, in piedi. Ora la vita dovrebbe continuare, penso, ora dovrei andare a casa e preparare il pranzo, e poi domani dovrei andare a fare la spesa, comprare il pane, la carta igienica.
Mi piego in singhiozzi laceranti nel vedermi fra le file del supermercato, indecisa fra la carta morbida o quella economica, e mi assale la certezza.
La mia vita si è fermata insieme a quella di mia figlia, ma il mio corpo continuerà a funzionare, e dovrò nutrirlo, lavarlo e vestirlo fino a che ne sarò in grado. E insieme a questa, un’altra certezza, più subdola: non importa quanto l’amassi, verrà il giorno in cui il suo ricordo sarà più fievole, in cui non saprò più qual era il suo colore preferito, il suo cantante del cuore, il gusto di gelato per cui andava matta.
E infine mi dico che è così, che vanno le cose.
Non è nulla di nuovo.

 

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10 gennaio 2013

Il ponte e la luna

Non si vedevano le stelle, quella notte.
Remava in acque scure e silenziose, in calli poco frequentate dai turisti. Dalla punta della gondola partiva un sottile fascio di luce che gli illuminava la via. Tuttavia, non ne aveva veramente bisogno, conosceva quei canali come fossero stati i corridoi di casa sua, e, in un certo senso, lo erano.
Capitava che qualcuno si affacciasse alla finestra e distrattamente cogliesse i suoi movimenti, ma pochi istanti e scompariva nelle tenebre. Il suo non era un giro turistico, non c’erano giapponesi a bordo che scattavano foto a ogni ponte e ogni maschera in vetrina, e quindi procedeva speditamente.
Non aveva una vera meta, ma solo uno scopo. Voleva, colpo dopo colpo, onda dopo onda, che la città entrasse in lui.
Voleva remare fino a che non sarebbe scomparso, diventando lui stesso parte di quelle acque, voleva essere parte di quelle storie che si raccontano attraverso le generazioni, voleva diventare una leggenda, e non essere più uno dei tanti.
Notte dopo notte, remava fino allo stremo, ma invano.
L’unica ricompensa che riceveva era la luna piena, moneta d’argento splendente nelle tenebre.

Part of a story

6 dicembre 2012

Viaggiatore

Lo zaino era pronto. Enorme, rigonfio, troneggiava sul letto.
Fece un ultimo giro della casa, che per l’occasione era perfettamente in ordine; controllò che le finestre e il gas fossero chiusi, innaffiò tutte le piante ancora una volta, controllò di aver preso ogni oggetto sulla sua lista e poi, finalmente, fu pronto.
Rimaneva l’ultimo elemento, quello più importante. Stese sul tavolo una cartina dell’Italia, e prese cinque puntine.
Trasse un profondo respiro, chiuse gli occhi, e senza esitare un altro istante le ficcò in cinque punti diversi della cartina.
Quando riaprì gli occhi, scoprì che una puntina era finita in mezzo al mare. Non c’erano dubbi, quella sarebbe stata la sua prima meta.
Ripose la cartina in una della tasche dello zaino, e prese fuori un pezzo di cartone e un pennarello nero indelebile. Scrisse, a caratteri cubitali, la città da cui avrebbe preso il traghetto, e di fianco, ci disegnò un sorriso stilizzato.
Quando uscì di casa, percepiva già nell’aria l’odore dell’avventura che stava per compiere. Sarebbe stato solo, ma non da solo. Avrebbe incontrato gente di ogni tipo, visto posti diversi, probabilmente avrebbe dovuto arrangiarsi per dormire dove meglio capitava, e senz’altro avrebbe fatto l’autostop, sorridendo ai passanti, mostrando loro il pollice, pregustando un viaggio con sconosciuti, tutti da conoscere.
Quell’estate aveva intenzione di dimenticarsi di sé stesso; tutto ciò che aveva importanza era arrivare a destinazione. Il suo scopo era essere, solo e semplicemente, un viaggiatore.

Next stop?

26 ottobre 2012

Narciso

La barista mi strizzò l’occhio e sorrise giuliva, quando con gesto calcolato appoggiò la tazza di cappuccino davanti a me, che ero seduto a un tavolino. Disegnato con il cacao sulla schiuma c’era un cuore.
Tanta originalità mi sconvolse.
Sorridendo crudele, presi il cucchiaino, e con decisione mescolai il cacao, e la schiuma preparata con tanto amore in una miscela marrone senza più forma e significato se non quello di essere la mia colazione.
Non vidi la faccia della barista, ma, a onor del vero, non poteva importarmene di meno.
Dacché ero un ragazzo venivo tormentato dagli sguardi ammaliati delle persone, sia uomini che donne, inebetiti, è il caso di dirlo, dal mio fascino. Potevo anche parlare, intrattenere i miei interlocutori con interventi brillanti e osservazioni acute, ma tutto il loro interesse finiva nei miei occhi azzurri. Così mi ritirai a vita solitaria, in una casa senza specchi, per non cadere io stesso preda del mio fascino. Tuttavia, a volte sentivo il bisogno di affacciarmi alla vita, come quella mattina. E fu proprio dopo aver bevuto quel cappuccino, peraltro non eccezionale, che presi una decisione.
Le tenevo in una scatola, dentro al cassetto del comodino, di fianco al letto, già da qualche tempo, ma avevo sempre rimandato, perché in fede mia conservavo ancora un briciolo di fiducia nell’umanità.
Quel tempo era finito, e alla sera aprii il cassetto del comodino, presi la scatola, la appoggiai sul letto e tolsi il coperchio. Presi fuori le forbici, senza esitare, e, nudo, andai di fronte all’unico specchio che avevo lasciato in casa, coperto da un lenzuolo nero. Lo tolsi, e fui quasi sopraffatto dalla meraviglia nel rivedermi, dopo tanto tempo.
Ma durò solo qualche istante, poi iniziai a tagliare.
Nessuno mi avrebbe più guardato.

Too much beautiful

8 ottobre 2012

Affresco

Quell’anno, l’autunno giunse inaspettato, ma non inatteso.
Da tempo ormai si susseguivano giornate terse e tiepide, e arriva un punto in cui il Sole forse l’hai visto anche troppo. Hai bisogno di nasconderti sotto le nuvole, di ripararti dalla pioggia sotto a un portico, di stupirti quando fuori dalla finestra è già notte.
E così, in una mattina qualsiasi di quell’autunno, con il cielo grigio, un freddo pungente, ma non cattivo, presi la bicicletta e scappai di casa.
Ero poco più di un bambino, ma avevo elaborato un piano. Partito la mattina presto, pedalando per mezza giornata, facendo una sosta per la colazione e per andare al bagno, avevo intenzione di arrivare alla stazione più vicina. Da lì sarei salito su un treno per la città, con i soldi che avevo preso in prestito a mio padre. Una volta lì, avrei elaborato un altro piano.
Ero certo che ce l’avrei fatta, e invece non arrivai mai nemmeno alla stazione. L’autunno, oltre al conforto di avere un riparo dal freddo imminente, portò con sé una nebbia fitta e impenetrabile, che si poteva tagliare con il coltello. Non avevo percorso quella strada abbastanza volte da poterla fare alla cieca, e alla fine tornai indietro.
Me lo ricordo come fosse ieri, il cigolio dei freni quando scesi dalla bicicletta, in quella mattina nebbiosa.
Non ero andato molto lontano, certo, ma quella mia piccola avventura forse aveva sortito lo stesso effetto di una vera fuga.
Mentre riponevo la bicicletta nel suo supporto arrugginito, sentii che ero tornato a casa.

Where is home?

11 settembre 2012

Il crocevia

Riavviò i capelli sbuffando, come fa sempre quando è al centro dell’attenzione.
Guardò i professori davanti a lui, chi si puliva gli occhiali, chi ticchettava le dita sul banco, impaziente, chi scorreva distrattamente con gli occhi le striminzite pagine della sua tesina. Quello che sarebbe seguito non interessava a loro e tantomeno interessava a lui.
Quando cominciò a parlare era come se stesse ascoltando qualcun altro. Le parole uscivano per conto loro, una dopo l’altra, senza interruzioni. Rispose a ogni domanda, strinse qualche mano, e poi uscì.
Si concludeva così quel capitolo della sua vita, della loro vita. Fuori ad aspettarlo c’erano infatti alcuni suoi compagni. Uno di loro fumava, credendosi più grande e responsabile degli altri. Si guardarono, in silenzio, consapevoli che, vivendo lontani gli uni dagli altri difficilmente si sarebbero rivisti, se non in qualche cena di classe del tutto priva di significato. Non avevano altra scelta che andare avanti, fare scelte sempre più difficili, e conservare vivo il ricordo di quegli anni, se avessero avuto momenti di nostalgia.
Quello che fumava la sigaretta gli fece un largo sorriso, che nel suo gergo era come il più intenso degli abbracci, ma, soprattutto, custodiva un significato più profondo. Voleva dire, non abbiamo nulla da temere, il mondo è ai nostri piedi.
Potremmo farcela, ancora una volta.

Another future

8 agosto 2012

Una partenza

Partirono di notte, senza far rumore.
Ogni angolo in cui ci poteva stare qualcosa era stato riempito, non si erano fatti mancare nulla.
Non c’era una macchina in giro, la strada scorreva sotto di loro mangiata dalle luci dei fari.
Il viaggio era lungo, e ogni tanto la musica del cd era accompagnata dal rumore dei biscotti.
All’orizzonte, il mare che si fondeva nelle tenebre, e le luci del porto.
Quando la nave arrivò li sorprese addormentati.
Si sedettero nel ponte di poppa, e così la videro colorare di rosa la scia della nave.
L’alba.

Going west

16 luglio 2012

L’incontro

Se la ritrovò davanti all’improvviso, svoltando l’angolo.
Lei rimase un secondo interdetta, sospesa in attesa di un evento, le mani ferme a mezz’aria come quelle di un manichino. Poi esibì un piccolo sorriso.
Lui la guardò senza capire chi fosse, spostando gli occhi dal basco parigino alla gonna rosso scarlatto, dal taglio asimmetrico. Poi gli passarono nella mente tutti gli anni passati insieme, dietro ai banchi di scuola, quando le sue gambe erano lunghe la metà, e non esercitavano in lui quella attrazione che lo prendeva alla bocca dello stomaco, e il suo sorriso aveva un certo numero di buchi. Ripensò alle loro eroiche promesse di eterna amicizia, puntualmente non mantenute.
Stettero in silenzio, contemplandosi l’un l’altra, non trovando le parole giuste, ancora incerti sul da farsi.
Poi una raffica di vento più forte delle altre le fece volare via il basco. Le sentì pronunciare un’imprecazione sottovoce e lanciarsi all’inseguimento del copricapo, correndo alle sue spalle. Lui non riuscì a muoversi, non si girò nemmeno, e quando una piccola folla scese dall’autobus che si era fermato lì davanti, fu sicuro di averla persa.
Tuttavia, aveva una sola certezza. Loro due sarebbero rimasti amici, per sempre.

Like meeting underwater

12 giugno 2012

Occhi aperti

C’era quella luce nei loro occhi.
Mentre il tempo come pioggia si rovesciava sulla loro pelle, rendendola grinza, e come vento faceva volare via le foglie dal loro giardino.
Quella luce non si attenuava mai, neppure se offuscata dalle lacrime, dalla stanchezza, o dalla paura.
Quella luce era stata testimone del loro amore imperituro, dei loro baci silenziosi sotto le lenzuola.
Anche adesso si riesce a vederla, in queste foto sbiadite nelle mie mani tremanti, mentre li commemoriamo.
Ho voluto che venissero sepolti così, ad occhi aperti.
Perché quella luce non possa mai abbandonare i loro occhi.

Do you see it?